Vista da Sanremo questa Italia fa paura

Il Festival di TikTok, il Fantasanremo, l’odio per la forma canzone: com’è l’Italia vista dal Festival?

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Vista da Sanremo questa Italia fa paura - Sessp 34 - Gay.it
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Quando, nel 1963, Dino Buzzati accetta, su richiesta del Corriere della Sera, di lavorare a un elzeviro sul Festival di Sanremo – il primo targato Mike Bongiorno e vinto da Tony Renis con Uno per tutte – non sapeva che da lì a qualche giorno avrebbe scritto, con una certa disillusione, quanto segue:

«La vera festa è stata la vostra, la vera illusione è stata la vostra, quel po’ di poesia è stata tutta per voi».

In questo e in altri passaggi, lo scrittore si riferisce a come la kermesse, vista da dentro, vista da vicino, gli appaia decadente e un po’ corrotta. Non so se sia vero, non so se l’aria che si respira in riviera durante il Festival della Canzone Italiana, sessantuno anni dopo, sia egualmente mortifera o invece adrenalinica: io lo seguo da sempre, da che ho memoria, ma lo seguo da lontano. E da lontano, per quanto le feste non mi piacciano troppo, Sanremo mi sembra ancora un ricevimento a cui voglio partecipare. Da qui, almeno, mi pare si respiri un’aria leggiadra e danzereccia, che sospende la routine o la infrange, che toglie collettivamente il sonno e restituisce, o dovrebbe farlo, un po’ di desiderio di ascolto, un po’ di canto.

Dino Buzzati, genesi di un cronista- Corriere.it

Apro, a questo proposito, una breve parentesi: trovo piuttosto sterile e parziale la polemica, sempre incalzante, di chi dice che non si debba cantare le canzonette se si abita sul ciglio di un mondo claudicante, votato all’auto-distruzione e alla crisi reiterata. Sempre si è cantato, sempre si canterà, finché avremo voce, almeno, finché ci sarà aria. Non lo dico io, lo scriveva Brecht:

«Nei tempi bui/ si canterà?/ Si canterà. / Dei tempi bui».

E in questo nostro tempo buio, sì, cantiamo. Forse, però, non cantiamo abbastanza di questo nostro tempo buio. È una questione di preposizioni semplici. Ma andiamo con ordine, su questo ci torniamo tra un po’.

Da qui, dicevo, ho come l’impressione che Sanremo sia ancora una festicciola. Ecco, forse non più una cerimonia, ma una piccola festa affollata. Un palcoscenico – un dancefloor, più che altro, quest’anno – che compendia, in modo sgraziato e frettoloso, quello che siamo. L’Ariston, insomma, mi sembra il precipitato del nostro tempo, in cinque giorni prova a raccontarci, a dire tutto senza riserve di fiato. Sanremo lo ha sempre fatto – in molti dicono: «È lo specchio del paese» – e lo fa anche quest’anno. Lo fa, tra l’altro, in modo brutale e questo – per tornare a Buzzati – rosicchia un po’ di quella poesia che dovremmo riuscire a custodire, almeno da qui.  Perché quello che siamo è lontano, molto lontano, dal lirico verseggiare. Anche al di là – ma senza dimenticarli – delle guerre e dei genocidi, anche al di là – ma senza dimenticarle – delle miserie più grevi, siamo pura prosa algoritmica e indefesso disinteresse all’ascolto reale. Quello che mi manca allora è soprattutto un ritorno alla cerimonia, alla liturgia, forse un po’ barbosa, che sublimava anche le nostre bruttezze e trasformava la prosa più becera in poesiola.

I meme, il Fantasanremo, l’algoritmo di TikTok

Se è vero che oggi Sanremo – anche grazie ad Amadeus, ma io credo soprattutto grazie al lavoro (egregio!) di Claudio Baglioni – è tornato a monopolizzare i dibattiti e le radio, a collezionare numeri da capogiro e interazioni, non possiamo non accorgerci che, quest’anno soprattutto, la kermesse si sia sintonizzata al linguaggio rapido e bombardante dello scrolling. Il che, televisivamente parlando, mi sembra anche piuttosto efficace, soprattutto su Rai Uno, che, come si sa, fatica sempre molto ad abbandonare certi stilemi un po’ vetusti e pippobaudeschi. Nella settimana del festival succede insomma quello strano miracolo per cui la rete ammiraglia inizia a dialogare incessantemente con i social media, con le radio e i podcast, con i reel e con gli algoritmi. Bene, però ho come l’impressione che tutto questo occhiolineggiare alle pance dell’Internet finisca per penalizzare – e assai – ciò che dovrebbe essere il fulcro del Festival: ovvero la musica, le canzoni. La narrazione musicale di quest’anno, infatti, è notevolmente piegata verso un codice che non è radiofonico, come dicono, ma proprio algoritmico, tiktokkesco. I brani in gara – quasi tutti – cercano l’hook facile, anticipando a febbraio il tempo dei tormentoni («Con te sento la pelle bruciare», canta Stash mentre fuori piove tutta la pioggia che c’è) e rincorrendo l’arrangiamento più martellante di tutti. Evidenziando, tra l’altro, una tendenza ormai inarrestabile: la bruttezza imbarazzante dei testi pop.

Festival di Sanremo 2022 - A sorpresa Amadeus nella galleria dell'Ariston - Video - RaiPlay

Lo scrolling non lascia tempo all’ascolto, bisogna arrivare e subito, sfondare le teste e poi, dopo qualche mese, passare via come se niente fosse. Essere dimenticati e dimenticarsi da soli. Non mi sembra, questa, una grande conquista in termini estetico-musicali. Insomma, qual è il senso dell’essere sul palco più importante d’Italia e sperare solo di assillare i corpi senza lasciare una reale traccia, senza neanche lasciare immaginare il senso del pensiero che si nasconde dietro la canzone? E qual è, soprattutto, il significato di gareggiare a Sanremo con brani costruiti a tavolino, pensati per essere trasformati in meme e surrogati, che avrebbero con ogni probabilità trovato un loro spazio – per quanto effimero – anche al di là del Festival? Non voglio apparire passatista: Sanremo ha sempre accolto la radiofonicità e spalancato le porte a brani – spesso discutibili, ma spesso no – leggerissimi e innocui.

Quest’anno, però, mi sembra manchi proprio il controcanto al tormentone: sono poche le idee, pochissime, e pochi i cantautori. Pochi gli artisti, pochissime le visioni. Amadeus, nei sanremi passati, ha giocato abilmente sui piani differenti, ma questa volta mi sembra ci sia un disequilibro evidente, una disarmonia un po’ fastidiosa. Più che Sanremo è Arena Suzuki, un Battiti Live con l’abito da sera sopra al bikini.

3 parole 'magiche' e Fantasanremo spopola: pubblico social impazzito, gli artisti in gara ammiccano

Addirittura, più che una gara canora è un game-show: per apparire interessanti gli artisti devono giocare, gigioneggiare con il pubblico, rendersi burattini. Non basta cantare, bisogna darsi al Fantasanremo. E chi non lo fa, di solito, è fuori e poco cool, è persino antipatico,  viene percepito anche poco bravo a cantare. Allora, uno a casa ascolta le canzoni e poi vede cantanti e cantautori far versi e flessioni, indossare occhiali da sole, storpiare brani e regalar fiori per far guadagnare punti ai proprio beniamini sul divano che, sennò, troppo poco attenti, non avrebbero più voglia di star fermi tre minuti ad ascoltare un pezzo. Mi dicono che persino il ringraziamento al direttore d’orchestra serve a collezionare punti. Ne prendo atto e mi metto nei panni di tutti i maestri e le maestre, facendo fatica, molta, a capire come riescano a non innervosirsi. Nello stesso momento mi chiedo se sia in atto un rimbambimento generale o se, come direbbe Concita De Gregorio, queste cose succedono quando va in blocco il pensiero. È così noioso, chiedo, ascoltare canzoni e canzonette? Evidentemente sì, e la formula scaccia-noia pare funzionare su tutta la linea. Quindi, in fondo, forse, va bene così.

Le canzoni

È comunque interessante notare come le canzoni, tra l’altro, abdichino completamente al mondo ed evidenzino una decisa ritirata verso la sfera dell’intimità. Come si diceva poco fa, si canta nei tempi bui, ma poco dei tempi bui. Visti tutti insieme, questi pezzi raccontano tanto (e spesso male) il nostro modo di vivere le relazioni: quelle che iniziano e quelle che finiscono, quelle già terminate che hanno lasciato tracce indelebili oppure quelle che si fatica a dimenticare. I maschi fanno mea culpama non risultano credibili, le donne, invece, ricominciano da sé stesse, si liberano e si amano da sole. Solo in pochi casi lo sguardo è estroflesso e prova a intercettare le cose del mondo: Dargen D’Amico e Ghali denunciano l’assurdità delle guerre e delle stragi in mare e costringono a ragionare, pur su ritmi incalzanti, intorno alle vite che stiamo lasciando indietro nel mare. Il primo si appella giustamente al cessate il fuoco e punta il dito contro il silenzio dei conniventi, il secondo cerca un dialogo con gli extra-terrestri e invoca la fratellanza universale. Fiorella Mannoia, invece, mentre ancheggia su una cumbia à la Manu Chao, smaschera le barbarie che si consumano, da sempre, sulla pelle delle donne.

Sanremo 2024, chi è l'alieno di Ghali - YouTube

Quello che le donne dicono

E come Fiorella Mannoia, tutte le donne di questo Festival parlano e non si lasciano raccontare. Fanno da sole, e i maschi in gara non ci pensano neanche, a parte rari casi, tutti fallimentari, tra l’altro, a descriverle. Se l’interprete romana si fa testimone di una storia comune e, liberandosi, prova a liberare tutte, le colleghe continuano efficacemente il discorso. Loredana Bertè, irresistibile, riesce addirittura a perdonarsi da sola ed è assolutamente consapevole delle sue contraddizioni e dei suoi spigoli, sa di non essere facile ma non ha paura, per questo, di rimanere da sola. La rabbia non ti basta, sebbene viaggi su altre frequenze, è una lettera aperta che Big Mama scrive a Marianna, la bambina che è stata, per assolverla dal peso di abitare un corpo ritenuto troppo poco conforme. Angelina Mango dà voce alle bimbe incasinate con i traumi e decide che va bene anche annoiarsi un poco, salvo poi celebrare sé stesse. Mentre Alessandra Amoroso, poi, cerca una luce nel buio e prova a risalire da sola dal baratro in cui è stata spinta, Annuealisa scrive una missiva al suo lui e gli dice che sì, forse è innamorata, ma che le vene, no, per lui non se le taglierà mai. Allo stesso modo, Emma ammette, senza sentirsi in colpa, tutte le colpe e sceglie per sé solo emozioni che possano toglierle il fiato. Rose Villain celebra le sue zone d’ombra e i disordini, mentre Clara rivendica le sue fragilità: siamo tutti diamanti grezzi, ci ricorda. Anche Angela Brambati dei Ricchi e Poveri, che si dimena e si divincola in attesa del suo uomo, ha un certo punto è più ferma che mai nel dichiarare: ti aspetto, sì, ma non tutta la vita.

Sanremo 2024, la cover. Loredana Bertè con Venerus canta "Ragazzo mio" di Tenco

Mare Fuori e la violenza di genere

Uno story-telling – questo femminile – che viene subito controbilanciato da quello che credo sia uno dei momenti peggiori di questo festival: il discorso contro la violenza di genere, scritto da Matteo Bussola e recitato (male) dal cast di Mare Fuori. Un momento importantissimo, considerato il peso che il dibattito ha negli ultimi mesi, soprattutto in seguito al caso Cecchettin. Un momento atteso, che non siamo stati capaci di onorare. Il testo di Bussola sceglie la retorica e rinuncia completamente alla precisione. Forse – mi viene da pensare – Matteo Bussola non è lo scrittore più adatto ad assolvere questo compito. Davvero nessuno è riuscito a pensare a qualcun altro? Lascio qui i nomi di qualche scrittrice per il futuro: Loredana Lipperini, Chiara Valerio, Nadia Terranova.

Sanremo 2024, il cast di «Mare Fuori» porta la violenza contro le donne sul palco: «Ecco le parole dell'amore» - Il video - Open

Con questo non voglio demonizzare Bussola, che è uno scrittore molto capace nel suo, ma vorrei sottolineare una cosa importante: per parlare di femminicidi e dinamiche di potere serve una consapevolezza puntuale, anche di linguaggio. Ragionamenti di questo tipo si fanno sempre a partire dalla lingua, dalle parole scelte e dalla loro semantica. Con ogni probabilità, lo scrittore non ha dimestichezza con i temi legati alla violenza di genere, non perché sia un maschio abusante e manipolatorio, tutt’altro credo, ma perché la sua poetica guarda altrove, racconta altre cose. Cose preziose, sacrosante, degne di racconto, ma che appunto pertengono ad altri contesti e situazioni. Quello che abbiamo sentito recitare dal teatro Ariston è un pot-pourri di retorica che si inserisce, ancora una volta, in quel solco tracciato dalla filosofia social, che impone di spegnere il pensiero, e passare al prossimo contenuto, non appena si tenta di scendere più in profondità. Nel Festival delle donne – com’è stato definito questo – la violenza di genere viene raccontata dai maschi che scelgono, per adempiere a questa responsabilità, parole come amore, insieme e accanto e non altre, più urgenti, come consenso, cultura e potere. Parole queste pronunciate da attori in erba, che, in molti casi, hanno dimostrato di non essere particolarmente d’accordo con il discorso femminista. Si pensi, a questo proposito, alle dichiarazione decisamente poco accoglienti e consapevoli di Matteo Paolillo, l’Edoardo Conte della serie tv. Anche in questo caso mi chiedo: è davvero tutto qui? Basta questo? Siamo tutti contenti? Sì? Ne prendo atto, ma non sono d’accordo.

Nel Festival del tormentone e dei buoni sentimenti, che in realtà nasconde l’anima anti-meridionalista (si veda l’atteggiamento sempre sbeffeggiatorio nei confronti di Geolier, per esempio) e irrimediabilmente maschilista di questo paese, si parla di tutto e non si ascolta niente. Anche le canzoni, oggetto più alto del gesto uditivo, sono costruite per non essere ascoltate. A guardarlo da qui – e parlo da affezionato al carrozzone sanremese – il nostro paese fa ancora più paura. Parliamo tutti, parliamo sempre, ma chi ascolta? Cosa è rimasto da ascoltare? Che paura.

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