Al funerale dell’ex compagno, trans aggredita dai familiari

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Era andata a porgere l'ultimo saluto all'uomo che per ventuno anni le era stato accanto in una fase cruciale della sua vita, ma Regina Satariano si è ritrovata...

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Un rapporto lungo ventuno anni. Poi lui ha un malore e dopo tre giorni di terapia intensiva, muore. Lei gli resta accanto fino alla fine, fino a quando, prima del funerale, non viene aggredita dalla sorella e da un dipendente della Asl. La lei in questione è Regina Satariano, dirigente nazionale dell’Associazione Trans – Genere, proprietaria del Priscilla a Torre del Lago e presidente del consorzio Friendly Versilia. Il lui, invece, è l’uomo che l’ha accompagnata per moltissimo tempo fin dall’inizio della sua transizione "quando andavo in giro con la parrucca e le tette finte. Non era facile, ma lui mi presentava a tutti come la sua donna e ne era orgoglioso". Un uomo facoltoso di La Spezia morto qualche giorno fa e di cui Regina preferisce non fare il nome e che era il suo ex compagno.

"Domani andrò a denunciare l’aggressione subita davanti all’obitorio e per la quale il Coordinemanto delle associazioni Transgender vuole costituirsi parte civile – spiega Regina a Gay.it -. E più che la violenza subita, quello che resta dentro sono le minacce, gli insulti e la cattiveria. La mancanza di rispetto davanti ad un legame così forte e lungo".

Ma veniano ai fatti che si svolgono la settimana scorsa a La Spezia, dove l’ex compagno di Regina viveva.

"Lo avevo sentito che era già in ospedale, ma con la prospettiva di uscire di lì a poco – racconta l’imprenditrice -. Gli dissi che era meglio aspettare di vederci fuori dall’ospedale per evitare di creare qualche imbarazzo con la sua famiglia. Purtroppo finisce in terapia intensiva e a quel punto corro in ospedale. Per fortuna mi fanno entrare e lì incontro la sorella che non avevo mai visto prima. Lei mi chiede se lo conoscessi e io le spiego che sì, ci conoscevamo da 21 anni". 

Non ha chiesto chi fossi, ma coglie un po’ di imbarazzo e si allontana così da permettermi di baciarlo sulla fronte". Dopo tre giorni passati in terapia intensiva, purtroppo, l’uomo non ce la fa. "Quando vado a dargli il mio ultimo saluto all’obitorio dopo che lo avevano già vestito – continua Regina – mi rendo conto che aveva addosso dei vestiti che in vita non avrebbe mai usato, informale com’era. Lo faccio notare e la sorella mi dice che non devo permettermi di dare consigli perché lei non sa chi sia e mi conosce da solo due giorni. Cerco di spiegarle che in 21 anni non s’è mai vestito così, ma non serve a nulla". Regina, prima di dire addio per sempre a quella persona così importante nella sua vita, decide di preparare un messaggio che lo accompagni nel suo ultimo viaggio. "Avevo scritto una lettera e, insieme ad una foto, avevo chiesto che gli venisse messa nella tasca della giacca – spiega -. Quando la sorella vede da dietro il vetro che parlo con la persona a cui avevo chiesto il favore e gli passo questo foglietto dice ‘che schifo’. Le rispondo di farsene una ragione, perché era una foto a cui lui teneva moltissimo".

Resasi conto che forse il tono usato aveva potuto inasprire gli animi, Regina va poi a scusarsi con la sorella del suo caro amico. "Mi sono avvicinata chiedendole scusa e porgendole la mano, ma lei ha chiuso le braccia – contiua Regina -. A quel punto le ho detto che mi dispiaceva per lei, ma che ventuno anni di rapporto non sono un giorno e doveva accettarlo. Lei, per tutta risposta, mi dà un calcio sugli stinchi. Non le rispondo a tono per rispetto dei defunti esposti, ma me ne vado".

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Per qualche strana ragione, i manifesti dell’agenzia funebre non riportano il luogo e l’ora dei funeali e Regina chiama l’agenzia stessa per saperli. Scopre così che l’indomani il corpo sarebbe stato esposto fino dalle 9.30 alle 10.30 e che dopo ci sarebbero stati i funerali. Si reca, quindi, ancora una volta all’obitorio e chiede ad un dipendente dove recarsi per abbracciare il suo carissimo amico ancora una volta.

"Ero in compagnia del presidente di un’associazione gay di La Spezia – racconta – e busso alla porta per sapere dove andare ad un dipendente. Questo mi aggredisce verbalmente, mi minaccia, mi urla qualsiasi cosa, che io non sono nessuno. Io chiedo la cortesia di farmelo salutare, spiego che non voglio altro che abbracciarlo. Mi spintona buttandomi fuori, mi chiude una mano nella porta che riapre vedendo che mi era diventata rossa. Spingo la porta e chiedo se il mio biglietto era stato messo nella giacca. Ero molto commossa. Mi spiega che la sorella l’aveva tolto perché non voleva alcuna cianfrusaglia. Io ero allibita, perché non solo quella donna aveva disposto la chiusura della bara un’ora prima del previsto impedendo di salutarlo, ma si era anche impossessata di qualcosa di personale, gesto che è stato definito furto dalla polizia che è intervenuta poi".

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