10 anni di All Out, 10 anni di battaglie per i diritti LGBT: la nostra intervista a Yuri Guaiana

Un movimento globale per l'amore e l'uguaglianza che organizza campagne il più delle volte finanziate dagli stessi utenti, tramite raccolte fondi ad hoc. Ne abbiamo parlato con il senior campaigns manager Yuri Guaiana.

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10 anni fa nasceva All Out, con l’obiettivo di creare un mondo dove nessuno dovrà sacrificare la propria famiglia, libertà, sicurezza o dignità a causa della sua identità o di quella della persona che ama.

In 10 anni All Out ha combattuto centinaia di battaglie per i diritti LGBT, in tutto il mondo, finanziando i Pride in Africa, lottando contro il fascismo in Polonia e in Russia, contro l’omocausto ceceno, contribuendo a cambiare le leggi e la vita dei cittadini in Brasile, fornendo aiuti di emergenza direttamente ai gruppi in prima linea. Tutti i membri di All Out hanno plasmato un decennio di vittorie rivoluzionarie per i diritti LGBT+. Un movimento globale per l’amore e l’uguaglianza che organizza campagne il più delle volte finanziate dagli stessi utenti, tramite raccolte fondi ad hoc.

Per festeggiare questo decimo anniversario, abbiamo intervistato Yuri Guaiana, senior campaigns manager di All Out.

10 anni di All Out, come e perché nasce.

Nasce 10 anni fa dall’idea di due amici, Andre Banks e Jeremy Heimans, i quali pensarono che fosse arrivato il momento di aggiungere un nuovo strumento per la conquista dei diritti LGBT in mano al movimento, ovvero dare la possibilità a tutte le persone LGBT nel mondo di mobilitarsi attraverso la tecnologia. Farlo in modo efficace, veloce, creativo, e in contesti dove la mobilitazione on line è l’unica a poter essere perseguita, perché l’omosessualità è ancora considerata un crimine. È stata una sfida, nessuno ancora sapeva se uno strumento simile potesse essere considerato utile. 10 anni dopo possiamo dire che fu un’intuizione felice.

Estremamente felice, vista la gran quantità di campagne lanciate e sostenute. Quante, se c’è un numero preciso, e quali battaglie vinte nel corso degli anni vi hanno inorgoglito in modo particolare.

Sono state tantissime, un numero preciso è difficile da quantificare. Da un anno abbiamo anche aperto una piattaforma nuova dove si possono lanciare delle campagne in modo indipendente, dando il potere di iniziativa alle singole persone.  Sono invece diverse le campagne che hanno generato un’energia, una mobilitazione, un successo particolare. La prima è legata alle Olimpiadi invernali di Sochi, che permise di cambiare la carta olimpica, includendo l’omotransfobia tra le discriminazioni vietate ai Giochi. Ci sono poi campagne crowdfunding con cui abbiamo raccolto fondi tra i nostri membri per poi darli a tot associazioni. Con una di queste All Out ha finanziato il primo Pride nel Regno di eSwatini (precedentemente noto come Swaziland), in Africa. Lo stesso è stato fatto in Uganda, con eventi  LGBT al chiuso da noi finanziati. Le campagne di crowdfunding sono quelle più tangibili, danno immediatamente l’idea del potere esercitato da migliaia di persone in tutto il mondo nel momento in cui si mobilitano per l’amore e l’uguaglianza. Ricordo poi la campagna del 2017 contro l’emergenza esplosa in Cecenia. In quel caso abbiamo raccolto fondi che hanno letteralmente permesso di evacuare moltissime persone LGBT che rischiavano di essere prese nella rete della persecuzione. Da non dimenticare poi la raccolta fondi per l’emergenza Covid, nel 2020, con cui abbiamo potuto aiutare oltre 60 coppie LGBT in tutto il mondo bisognose d’aiuto, e un progetto di Case Accoglienza tra Napoli e Torino. Importantissima anche la campagna All Out contro il Congresso Mondiale della Famiglia di Verona, che ha dato una risposta molto forte e chiara alla destra nazionale, e l’ultimissima legata alle Famiglie Arcobaleno, chiamata “Non esistono genitori fantasma”.

Poco meno di 2 mesi fa Arcigay e All Out hanno consegnato 70mila firme a sostegno della legge contro l’omotransfobia, alla Camera dei Deputati. Cosa vi siete sentiti rispondere.

L’accoglienza è stata istituzionale ma buona, sono rimasti impressionati dal numero delle firme. Non siamo riusciti ad incontrare direttamente il presidente della Camera ma i suoi collaboratori, e c’è da dire che hanno colto il messaggio. Dopo aver ricevuto adeguate rassicurazioni la legge, urgentissima, è stata approvata alla Camera. Ma la campagna non è ancora finita, perché nel 2021 c’è il Senato. È importante continuare la pressione, saremo nuovamente presenti non solo on line ma anche off line.  Ci saranno altre iniziative in giro per l’Italia come accaduto prima del voto alla Camera.

Quando si propongono ‘raccolte firme’, spesso ci si sente rispondere con il più classico dei ‘come se una firma in più o in meno potesse cambiare le cose’. Quanto credi ci sia di errato, in questa considerazione.

Credo ci sia molto di errato. La mobilitazione on line è fondamentale. È vero che firmare una petizione on line non costa nulla, ma è proprio questa la sua forza. La bassa soglia di ingresso in una campagna permette poi di inizare un percorso che può portare altrove. La scelta di non fermarsi a firmarla ma di convidiverla, per esempio. Noi poi non facciamo quasi mai solo una petizione, perché seguono comunicazioni social specifiche, raccolte fondi, azioni concrete. La firma è solo uno degli strumenti a disposizione. Ha poi un effetto educativo e di mobilitazione, dando alle persone la possibilità di partecipazione anche in un periodo come questo, dove l’off-line è frenato dalla pandemia. Ci sono coalizioni di associazioni che attorno ad un testo condiviso e ad un’azione on line che permettono la mobilitazione si formano, inglobando anche nuovi iscritti. È uno strumento che ha una grande potenzialità e offre una grande possibilità per far crescere il numero di persone interessate a determinate tematiche. Noi che facciamo parte di una minoranza ci siamo sempre posti il problema di come trovare altre persone che comprendano l’importanza del sostenere i diritti LGBT, e questo, che è uno strumento che parte dal basso, è diventato strumento  fondamentale soprattutto tra i più giovani.

A metà novembre All Out ha lanciato una campagna che chiede alla Commissione Europea di agire contro le “terapie riparative”, esortando gli Stati membri a dichiararle illegali. Teorie riparative ad oggi praticate in circa 70  Paesi in tutto il mondo, inclusi alcuni Stati membri dell’UE. Perché si fa ancora fatica a vietarle ufficialmente, Italia inclusa.

Se guardiamo all’Europa, temo che in alcuni Stati membri ci sia un problema ideologico. Pensiamo a Polonia e Ungheria, che hanno già detto pubblicamente che loro questa cosa non la faranno. La campagna ha avuto un successo straordinario e inaspettato. Noi abbiamo osato fare una richiesta ardita alla Commissione Europea, perché è un tema di competenza statale, con l’Unione Europea che può fare al massimo un lavoro di coordinamento. Noi ci siamo appigliati a questa possibilità di coordinamento e la Commissione Europea ha accettato, dicendo che avrebbe facilitato la condivisione di buone pratiche all’interno degli Stati Membri per arrivare all’obiettivo del divieto alle terapie riparative, ad oggi vietate solo da Germania e Malta. Ci sono altri Paesi come la Francia che stanno lavorando ad una legge specifica, poi ci sono Paesi come l’Italia che nonostante una proposta di legge presentata nella scorsa legislatura da Sergio Lo Giudice, non rinnovata in questa, non se ne stanno occupando. In Italia probabilmente la legge contro l’omotransfobia appare come più urgente, ma dopo questa legge non si può certamente pensare che il compito della politica sia finito, rispetto alle richieste del movimento LGBT.  Ci sono passi da fare per colmare le enormi lacune che ancora oggi esistono rispetto a molti altri Paesi europei.

 

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