Non c’è omofobia dietro il suicidio del ragazzo dai pantaloni rosa

Andrea, il 15enne romano impiccatosi nel 2012, si sarebbe suicidato per una delusione d’amore vissuta con una compagna di scuola, non per gli insulti omofobi. Prosciolti i professori e la preside.

Il movente omofobo non sarebbe all’origine del suicidio di Andrea, il 15enne diventato famoso come “il ragazzo dai pantaloni rosa” suicidatosi il 20 novembre del 2012 impiccandosi con una sciarpa dentro casa. A stabilirlo è stato il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani che ha condotto le indagini sul caso. Secondo quanto accertato da Laviani, all’origine del tragico gesto di Andrea non ci sarebbero stati gli insulti omofobi ricevuti a scuola per via del suo amore per i vestiti rosa, ma una delusione d’amore per una storia andata male con una sua compagna di scuola.

Per quella vicenda, per la quale si era subito puntato il dito contro le offese ricevute da Andrea sia a scuola che sui social network, erano stati rinviati a giudizio tre professori e la preside del suo stesso istituto, il liceo Cavour di Roma, ritenuti in un primo momento responsabili di omessa vigilanza, ovvero di non essere intervenuti per fermare le vessazioni che si pensava avessero portato al suicidio di Andrea.

Nessun caso di omofobia, dunque, secondo gli inquirenti. Resta il fatto che quelle offese c’erano state davvero: che Andrea fosse gay o meno, erano bastati un paio di pantaloni rosa per metterlo al centro di insulti di chiara matrice omofoba, come testimoniato dalle scritte trovate sui muri della scuola e dai messaggi scritti su Facebook.

Ti suggeriamo anche  Suitsupply, svastiche naziste sulle pubblicità gay-friendly dell'azienda olandese