Chi ha paura di Barbie?

Può una bambola far incazzare così tanta gente? Sì, e non solo.

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Barbie ha fatto il botto.

Al suo debutto nelle sale cinematografiche lo scorso 20 Luglio, la bambola più famosa del mondo si è portata a casa 7.717.000 euro, con il più alto incasso al box office di tutto l’anno solare. Durante un afoso giovedì di metà estate, il film di Greta Gerwig  (di cui qui potete leggere il nostro parere) è riuscito nell’impensabile: riempire le sale fino all’orlo con spettatori di ogni età e genere. Tuttə in rosa pastello e unitə da un fenomeno di costume che diventa esperienza collettiva, dove si ride ad alta voce, e cinque secondi dopo, ti ritrovi con gli occhi lucidi insieme allə vicinə di posto mai vista prima.

Per ogni grande evento ci sono grandi opinioni, con gente che sgomita per fare a gara per farci sapere se Barbie è bello o brutto. Per dieci commenti positivi, contatene altri dieci incazzati come una iena: il film più rosa, allegro, e sopra le righe dell’anno è bastato per mandare in cortocircuito i vostri cinefili di fiducia, spesso e volentieri maschi dall’ego così fragile da traballare davanti una bambola che per la prima volta ha la precedenza.

Per film bros che fino all’altro ieri scalpitavano con l’ultimo della Marvel e pretenziosi compagni di sinistra col sopracciglio rialzato, Barbie non è solo il film più superficiale che potete incontrare, ma il trionfo della misandria, epitome di un cinema che all’improvviso odia gli uomini e li ridicolizza. Greta Gerwig non è una regista, ma la rompicoglioni che non conosce l’universo maschile (suo marito Noah Baumbach che ha co-scritto il film insieme a lei è solo un disperato succube della sua ira)  con un film che pecca di troppa ‘femminilità’.

Perché per antonomasia tutto quello che è ‘troppo’ rosa è anche frivolo e talmente vuoto da non poter dire nulla d’intelligente. Lo dicono a tutti i maschi da quando stanno al mondo, e siccome i maschi ci insegnano la vita, ci crediamo pure noi: femmine, donne cisgender o non, checche, e tuttə lə altrə.

Vedere così tanta gente applaudire in sala per un film che ripete la parola ‘patriarcato’ più di 10 volte, per i maschi del circondario è un attacco personale. Perché Greta Gerwig (come nei suoi precedenti Ladybird e Piccole Donne) indaga il femminile, passa il coltello dalla parte del manico alle sue protagoniste, e con sguardo divertito ma mai malevolo mostra gli uomini sullo schermo nella stessa maniera con cui ci hanno mostrato le donne per anni: accessori ai margini, talvolta ridicoli, che vivono in funzione dei personaggi femminili.

Ma ci dice anche che per quanto vorremmo questo matriarcato, nessuna scala gerarchica o squilibrio di potere porterà davvero alla liberazione. Al contrario, educa alla cooperazione, all’ascolto reciproco, a prendere i ruoli preconfezionati dal sistema e ribaltarli. Spoglia il ‘maschile’ della sua arroganza e ricorda che atteggiamenti alfa e mainsplaining fanno male agli stessi uomini, finalmente vulnerabili, fragili, e fallibili. Come ci ripetono i maschi etero da una vita, puoi comprenderlo solo con un pizzico di autoironia e prendendoti meno sul serio.

Barbie viene accusato di un femminismo superficiale, didascalico, e troppo ovvio, ma le reazioni di una parte di pubblico confermano che non siamo ancora prontə a fruire alcuni concetti, che la satira ci piace solo quando non ci tocca in prima persona, e viviamo nel terrore che qualcuno ci stia togliendo una porzione di spazio, anche se dominiamo quel settore dall’alba dei tempi. È uno spaccato sociale che riflette, con precisione quasi imbarazzante, esattamente quello che ci racconta il film, confermando che la linea tra realtà e finzione è così labile da nemmeno accorgercene.

Sui social si fa la guerra: Barbie è la morte del cinema, se vi piace siete delle poverine, w Godard VS Barbie è un capolavoro, maschi crepate voi, Jean-Luc Godard, e tutta la Scuola Holden.

Questo secondo commento non è più intelligente del primo, ma posso capire. Mi riporta alla mia triennale in cinema, quando per farmi prendere sul serio citavo Antonioni ma nella mia testa esisteva solo Il Matrimonio del Mio Migliore Amico. È l’effetto collaterale di un certo atteggiamento accademico che studia e osserva i film sotto un’unica lente invariabile, mettendo quei grandi intoccabili registi (maschile sovraesteso,  buona fortuna se trovate qualche regista donna o queer nel vostro corso di laurea) sul piedistallo, e “tutto il resto” deve confrontarsi con loro per essere preso sul serio.

Se da una parte Barbie è troppo femminista, dall’altra non lo è abbastanza: non è così radicale, non è così anticapitalista e di conseguenza non distrugge il sistema dall’interno. Al contrario lo rafforza col suo product placement, e all’improvviso, ci ricordiamo che anche il cinema è un’industria fondata sul profitto e no, il film su Barbie diretto e scritto da una donna non riesce a tirarsene fuori.

Tra tutte le critiche mosse questa sarebbe quella più utile per stimolare un dibattito interessante, e invece stiamo qui a fare la gara tra chi è più progressista dell’altro:  guai a voi per esservi emozionatə e divertitə con questo sponsor di due ore.

Verrebbe pure da chiedersi perché proprio adesso: perché scomodiamo parole come ‘anticapitalista’ e ‘radicale’ solo quando la regista è donna e racconta le donne, ma per il resto dell’anno non battiamo occhio. Non preoccupatevi, di questa responsabilità ne risponde Greta Gerwig, insieme a tutte le altre registe che una volta ogni tanto si azzardano ad arrivare prime.

Ironicamente il film ci parla anche di questo: di donne che fanno i salti mortali per convincere chiunque, per essere più brave, più talentuose, più intellgenti della media. Di donne che non possono permettersi di sbagliare mai. Perché se sbagli la punizione sarà dieci volte più pesante. Chiedetelo a qualunque categoria marginalizzata, dentro e fuori lo schermo.

No, Barbie non è “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir e nemmeno lo SCUM Manifesto, eppure durante il monologo di America Ferrera la tensione in sala si taglia a fette. Non tuttə si rivedono in questa idea di lotta, ma tantə si sentono vistə, ascoltatə, e meno solə. Tantə riconoscono un linguaggio che mai avremmo creduto possibile su uno schermo gigante e 1 milione di spettatori all’ascolto. Discorsi che ci siamo abituatə a generare col pilota automatico, e stavolta ci arrivano ancora più forti e chiari di prima, o li abbiamo sempre così tanto sottovalutati da non riuscire a decifrarli.  Che sia la prima o l’ennesima volta che ne sentite parlare, questa Barbie ha la potenza di risvegliare il meglio e peggio del nostro periodo storico.

Chiamatelo contenitore vuoto ma non smette di rimbombare.

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