Perché Barbie è il capolavoro dell’estate

Non lasciatevi ingannare dalle apparenze: Barbie è molto di più.

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3 min. di lettura

Se non avete vissuto in una caverna, saprete che domani esce in tutto il mondo Barbie.

La bambola più famosa del globo nel 2023 porta il volto di Margot Robbie ed è praticamente ovunque: dagli autobus alle magliette di Primark fino alla barra di ricerca su Google (che se digiti un nome del cast sbrilluccica di rosa shocking).

Noi di Gay.it l’abbiamo visto in anteprima a Milano, e vi consigliamo di non farvi ingannare dalla mastodontica campagna promozionale (stiamo pur sempre parlando della bionda capitalista per eccellenza): perché Barbie è molto di più.

Diretto e scritto da Greta Gerwig, regista di Lady Bird e del nuovo Piccole Donne, il film dell’estate è un’epopea color pastello, tra costumi sfavillanti e ricostruzioni naturali nel minimo dettaglio dei vostri giochi d’infanzia (se mamma ve li comprava, altrimenti toccava rubarli alle cuginette o le sorelle).

 

Oscillando tra cinema indie e film in costume, nel passaggio al mondo mainstream Gerwig si ispira al tocco artigianale del cinema hollywoodiano degli anni d’oro – da Cantando sotto la Pioggia a Il Mago di Oz fino a Le Scarpette Rosse di Michael Powell – e racconta la storia un’icona fatta di plastica che (ri)scopre la sua umanità.

Barbieland è un regno dove non esistono disagi, paure, o ansie di alcun tipo. Le Barbie possono fare tutto quello che vogliono: presidenti, sirene, premi Pulitzer, oracoli e scienziate. E i Ken, in caso non sia ancora chiaro, sono solo Ken che litigano in spiaggia e si schiantano contro le onde finte.

Ma la vita in plastica non è sempre così fantastica, e gli attacchi di panico arrivano anche lì: ci si interroga sulla morte, si precipita dal tetto (non bastava fluttuare da una parte all’altra?), e cosa peggiore ci si risveglia con degli orribili piedi piatti. Così, Barbie Stereotipo (e ovviamente Ken con i suoi rollerblades) si incammina verso il mondo reale, dove l’acqua è sempre fredda, gli uomini fanno catcalling, e le nuove generazioni ti rinfacciano di essere la peggior rappresentazione di donna al mondo.

A tal proposito, Greta Gerwig è troppo intelligente per pendere da una parte o dall’altra, e Barbie diventa un’esilarante e commovente commentario sulla misoginia del quotidiano, il superamento dei ruoli imposti dalla società patriarcale, e su cosa significa trovare il proprio posto del mondo.

Non da meno, dietro la patina che conosciamo bene, Gerwig ci conferma che chiunque può essere una Barbie: dall’afrodiscendente Issa Rae che diventa presidente in rosa all’attrice e modella transgender Hari Nef dottoressa di fiducia a Barbieland (tanto che il predicatore americano Kenth Christmas è già andato su tutte le furie). 
”In quanto ragazza trans, è facile perdersi in grandi sogni su cosa diventerai. È inevitabile farsi bloccare da messaggi esterni, o quegli ostacoli che ti ricordano cosa non sarai mai in grado di fare” ha dichiarato Nef in un’intervista con Out Magazine.

E non sbaglia, perché Barbie è un invito a gettare via ogni check list  e scrollarci di dosso lo sguardo imperante dei grandi signori in giacca e cravatta, che decidono al posto nostro cosa ci rende più o meno validə.

Barbie (2023)
Barbie (2023)

Le bambole – prive di genitali o pulsioni sessuali di alcun tipo – non sfuggono all’ipersessualizzazione dello sguardo maschile, ai double standard della nostra società (se nel mondo reale Barbie non si è mai sentita più sola, Ken se la spassa alla grande scoprendo un mondo costruito a suo servizio e piacimento) e quel capitalismo che lucra sui corpi e distorce i nostri desideri, confinandoci (letteralmente) dentro una scatola.

È un film che dice tutto, senza porsi limiti narrativi o tematici, con quell’autoironia e consapevolezza che vorremmo vedere più spesso dalle multinazionali che ci sponsorizzano. Farà naturalmente incazzare i film bros che non vedono l’ora di insegnarti la storia del cinema o i pretenziosi intellettualoidi con il sopracciglio alzato, e per questo non possiamo che esserne gratə.

Tra postille metacinematografiche, piccoli grandiosi momenti di satira, e incredibile vulnerabilità, c’è spazio per chiunque: a chi considera Barbie una fascista retrograda. A chi ci è affezionato perché ha fatto parte della sua infanzia. A chi non crede possibile che una bambola possa spezzarvi il cuore e generare una crisi esistenziale.

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