Famiglie arcobaleno oscurate, per la tv italiana i gay sono solo ‘aggettivi’

Come mai Tiziano Ferro e la sua famiglia sono stati completamente taciuti?

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tiziano ferro famiglia arcobaleno televisione che tempo che fa
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Ogni festività laica, al netto del merchandising e dei post social fintamente simpatici che si porta dietro, rappresenta una buona occasione per fare un punto sul presente delle persone festeggiate e come la comunità che gli sta attorno interagisce con loro.

Il week-end scorso è stato quello della festa del papà, in particolare di quelli etero-affettivi perché per i mass media popolari, quelli per intenderci che hanno la capacità di contribuire all’evoluzione del Paese, i gay non sono genitori.

I gay sono, ancora oggi, persone sensibili o poco più. Esistono come aggettivi. Non esistono come soggetti. Eppure il recente dibattito sul DDL Zan (grazie al quale l’Italia avrebbe avuto la sua legge contro l’omofobia) aveva fatto ben sperare. Per qualche settimana abbiamo vissuto nell’illusione che per le persone amo-affettive fosse iniziata una nuova stagione, veramente inclusiva.

Il recente rilascio de “Il filo invisibile” ci ha riportato alla triste realtà. Il film italiano di Netflix che racconta la normalità di una famiglia composta da 2 papà e 1 adolescente è uno contenuti più visti sulla piattaforma eppure – come ha sottolineato Marcello Filograsso su Tvblog – non è stato preso in considerazione dai principali canali televisivi. La scelta è singolare, se si pensa allo spazio che è stato dato ad altri contenuti realizzati da piattaforme simili a Netflix. Virginia Raffaele, il Mago Forest e Corrado Guzzanti hanno – per esempio – presentato LOL (il game-show comedy di Prime Video) ai telespettatori di Che Tempo Che Fa (il ventennale programma Rai di Fabio Fazio).

Le famiglie arcobaleno, per quella tv che si è spesa per il DDL Zan, non esistono. A nulla servono, evidentemente, gli spunti culturali che potrebbero servire per riempire un buco di racconto. Gli ultimi dati su i genitori omo-affettivi sono del 2016. Già allora, un’era geologica fa, si calcolava che in Italia almeno 100mila bambini avessero un genitore non etero-affettivo. Un numero importante soprattutto se confrontato con il report recente rilasciato dall’ISTAT (l’Istituto di Statistica).

Nel 2020 sono nati 404mila bambini nel nostro Paese, 15mila in meno rispetto al 2019. Un numero, però, che risulta essere positivo se confrontato alle nascite del 2021 e di quelle previste nel 2022. Nel biennio post inizio pandemia, già oggi, si registra un calo del 10%.

Il silenzio sulle famiglie arcobaleno è tanto più rumoroso se si ragiona sugli interlocutori LGBTQI+ che si sono spesi sul DDL Zan, nonostante gli input culturali e legati alla cronaca rosa (come la recente paternità di Tiziano Ferro).

Rai 1

Le famiglie arcobaleno non esistono per Rai1, canale pubblico che il sito Dagospia, in più occasioni, ha soprannominato Gay1. Il pomeriggio del primo canale del servizio pubblico condotto da Serena Bortone (che pare essere diventata – leggendo alcuni tweet di firme LGBTQI+ friendly – un’icona gay) ospita drag queen come le Karma B, scritturate anche per “Ciao Maschio” (il programma del sabato notte di Rai1 ideato e condotto da Nunzia De Girolamo, ex Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali nel governo Letta) o nuovi intellettuali come Jonathan Bazzi (che con “Febbre”, il romanzo d’esordio, sfiorò il Premio Strega).

A Oggi è un altro giorno, così si chiama il contenitore della giornalista cresciuta a Rai3, c’è spazio anche per dei talk su gay passati a miglior vita (su tutti Pasolini di cui è stato celebrato da poco il centenario dalla nascita) ma, mi si passi la semplificazione, di profili di gay contemporanei che nel 2022 intraprendono un percorso di genitorialità nessun accenno, nonostante la presenza in azienda di questo tipo di profili. Nel week-end Senio Bonini, conduttore di Agorà Extra (il titolo che ha permesso a Serena Bortone di emanciparsi televisivamente) ha celebrato la festa del papà con il marito Rosario e i figli con degli scatti pubblicati su Instagram (qui sotto il post).

 

 

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Un post condiviso da Senio Bonini (@seniobonini)

Una condotta simile è seguita da Alberto Matano, capo-progetto e conduttore della Vita in Diretta, che in seguito all’affossamento del DDL Zan ha fatto coming out raccontando le difficoltà subite a causa del proprio orientamento affettivo. Scorrendo i social del programma non c’è nemmeno un accenno alla notizia della paternità di Tiziano Ferro.

Rai2 non pervenuta sul tema.

 

Rai 3

Rai3, invece, sceglie di raccontare gay se e solo se non hanno figli. Giorgio Zanchini a TvTalk (il programma del sabato pomeriggio della rete) e a Quante Storie (il programma quotidiano di libri che conduce per Rai3) prende in considerazione solo Pier Paolo Pasolini che oggi, probabilmente, avrebbe aperto i suoi Comizi d’Amore alle famiglie che il suo presente non prevedeva.

La rete, forse per affinità politiche, si è spesa molto per il DDL Zan, menzionato in più occasioni a Che Tempo Che Fa. Scorrendo, però, il profilo social dello show (uno dei più attivi del mercato audiovisivo italiano) non si fa accenno alla paternità di Tiziano Ferro, che proprio a Che Tempo Che Fa fece un monologo significativo contro il bullismo. Questo contenuto specifico è stato rilanciato in occasione del compleanno del cantante (che nel frattempo aveva condiviso pubblicamente la propria paternità).

Rete 4 non pervenuta sul tema.

 

Canale 5

Canale 5 a sorpresa presidia l’argomento attraverso Verissimo che, oltre ad ospitare il cantante di Latina ne documenta, senza selezione, la vita. Scorrendo i social del programma troviamo la foto notizia sulla famiglia di Tiziano Ferro.

 

Italia 1

Le Iene, programma simbolo di Italia1, si sono battute per il DDL Zan, ma per il momento zero accenno alle famiglie arcobaleno, nemmeno nel nuovo spazio di monologhi che ha ospitato – per esempio – Jonathan Bazzi.

 

La7

La7 che ha dedicato un tot di ore al DDL Zan ha scelto, ben prima dell’inizio della guerra che ha spostato inevitabilmente l’attenzione, di non pronunciarsi sulle famiglie. Sono di casa, sul canale, opinionisti che non nascondono la loro omo-affettività ma che sono chiamati a pronunciarsi su altro.

 

Discovery

Discovery, dopo gli speciali trasmessi nel 2016 (anno dell’unico e ultimo censimento sulle famiglie arcobaleno) al momento presidia l’ambito LGBTQI+ con dating, game e talent che non prevedono però il racconto di famiglie.

 

La fotografia, in bianco e nero, che esce da questa analisi ci mette di fronte a fatti che fanno riflettere.

Il primo riguarda la genesi dell’agenda mediatica. Non si perde occasione per criticare i Ferragnez, eppure senza il loro push social che si è riverberato sui siti e i settimanali e raggiunto, quindi, un’audience importante, persino il DDL Zan non sarebbe rientrato nella dieta televisiva. Lo stesso mezzo che per Pasolini era un elaboratore di messaggi si limita, oggi, a riportare quelli che gli convengono di più. Come sono lontani gli anni delle rivoluzioni culturali innescate da Raffaella Carrà, Paolo Poli o Alberto Arbasino.

Il secondo elemento che ci restituisce questa presa di coscienza riguarda l’utilizzo che il mezzo fa dei bambini. Quando non sono utilizzati per scaldare il racconto su fatti d’attualità, come la guerra in corso, sono presi in considerazione se e solo sono i protagonisti di una vicenda di cronaca efferata. Il racconto sui genitori gay riguarda, in primis, loro e le persone che hanno attorno, a cui van dati gli strumenti per saper affrontare questo tempo che è ancora nuovo.

Quello che non fa la tv lo fa la radio. Ad ogni passaggio su Radio Deejay della bravissima psicoterapeuta Stefania Andreoli, in onda il mercoledì dalle 12 con Alessandro Cattelan, c’è sempre un genitore che le chiede come rendere il mondo più inclusivo e a misura di un bambino nato dopo il 2010.

Inutile lamentarsi, al di là dei singoli picchi d’ascolti (monitorati con una misurazione vetusta), del rimpicciolimento progressivo della platea televisiva causata – a detta di alcuni addetti ai lavori – dalla tecnologia. Lo spettatore non è scemo e sceglie di non sottoscrivere un racconto che altro non è che un opinabile rainbow washing.

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