Rosalinda Sprint, Uvaspina e lə altrə: i femminielli nel romanzo

Dalla tradizione al cinema, dal folklore alla letteratura: quella del femminiello è un’immagine che continua ad ammaliare, a disturbare, a non lasciare indifferenti.

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«Shhh, silenzio. Questa è una storia antica, anzi eterna.»

Un uomo guarda dritto in camera. Sul suo capo calvo, una parrucca nera, uno di quei posticci simil-settecenteschi che ricordano gli sfarzi cortesi. Sul suo volto maschio, invece, una spolverata densa di cerone e, più giù, tutto il corpo imbellettato di organza e merletti. Pronuncia queste parole, rompe la quarta parete e ci chiama a sé, ci accoglie nel suo discorso sull’attrazione amorosa, sul sortilegio dei corpi che si annusano e si trovano.



È questa la scena che dà inizio a Napoli velata, il più enigmatico tra i film di Ferzan Ozpetek. L’imbonitore che ci fissa e guarda dritto nei nostri occhi è interpretato da Peppe Barra, caratterista di culto della più moderna tradizione drammatica partenopea. E la dimensione a cui ci fa accedere è quella magica della Figliata dei femminielli, la storia antica, anzi eterna cui si faceva riferimento poco fa. Un rito apotropaico, una cerimonia incantata, una messinscena, quasi una fattura legata alla fecondità e alla salute del nascituro.

È una storia antichissima, dicevamo, che coincide con le origini del mondo e che è sorta dalla lava del Vesuvio, dal ventre di Napoli, per scorrere poi nel sangue del Mediterraneo (e oltre) e impregnare altre culture, Terre lontane. 

Un femminiello è sdraiato supino, intorno a lui si intona il taluorno, un susseguirsi di litanie e nenie che ìncitano e cullano, che accompagnano la farsa, il finto travaglio. E poi, alla fine, dopo gli sforzi e le urla, dopo i canti e i sudori, da dietro un telo esce il frutto del parto, una bambola o più di frequente un enorme fallo di legno. E si festeggia, come in un Bar Mitzvah o un matrimonio all’italiana. Si festeggia e si brinda, si banchetta con babà e vermouth. 

Nello sguardo di Ozpetek, la Figliata è il simbolo di una Napoli misterica e ammaliata, di un sortilegio infinito, di una verità impossibile. «La gente non sopporta troppa verità», pronuncia Anna Bonaiuto alla fine della scena. I femminielli, e con loro tutta la tradizione che li riguarda, sono un inganno, un imprevisto, un incantesimo. 

Corpi di maschi in abiti di donne, travestiti, ermafroditi, transessuali, omosessuali, cross-dresser. Trovare il corrispettivo del femminiello nella semantica del discorso queer di oggi è impossibile. Femminiello è un termine ombrello, forse un modo di vivere, di essere, è un lemma bagnato, un significante scivoloso per un significato scivoloso. Il femminiello sfida la morale e le categorie e così diventa mitologico, sopravvive al tempo. E allora, se neanche le parole da sole riescono a spiegare, se non riescono a restituire e a descrivere, forse bisogna affidarsi alla letteratura, che è sillaba fatta discorso, che è parola fatta immaginario, parola innalzata, aperta, esplosa. 

Storie di femminielli

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È il 1949 quando, per la casa editrice Aria d’Italia, Curzio Malaparte pubblica La pelle, oggi nel catalogo Adelphi. Un romanzo ambientato a Napoli nei giorni della peste, sul finire della guerra. Il protagonista è un ufficiale, che accoglie gli americani e li porta a scoprire tutta l’umanità che abita in quei vicoli, fotografando il profilo di una città sconfitta, ripiegata su sé stessa, pronta a vendersi tutto, persino la pelle. Un’umanità plebea, infetta, una genìa di criaturi, femmine e femminielli, appunto. Malaparte, come Ozpetek e prima di Ozpetek, descrive con grande perizia la malìa della Figliata. La regista Liliana Cavani nel 1981 dirige un film omonimo, ispirato al testo di Malaparte e interpretato da Marcello Mastroianni, Burt Lancaster e Claudia Cardinale. La scena della Figliata dei femminielli è anche in questo caso indimenticabile:



 A qualche decennio di distanza dal testo di Malaparte, nelle librerie di tutta Italia arriva Scende giù per Toledo (Garzanti, 1975) di Giuseppe Patroni Griffi. Qui il femminiello è protagonista, questa storia è la sua storia, il racconto di un corpo che si porta appresso lo scuorno e la dimenticanza, la storia tragica e sorridente di un abbandono e di un vilipendio. Rosalinda Sprint, questo il nome del femminiello di Via Toledo, vive prostituendosi e schivando gli attacchi omofobi di tutta la città. Insieme a lei, le amiche, femmenelle come lei, compagne di vita e di lotte. Scende giù per Toledo anticipa i temi e l’immaginario esplorato da Pedro Lemebel in Ho paura torero (2001, Marcos y Marcos) e da Camila Sosa Villada in Le cattive (2021, Sur Edizioni). 

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In tempi più recenti, il femminiello è comparso anche nei romanzi di Antonella Ossorio e di Maurizio De Giovanni. La mammana (2014, Einaudi) racconta una storia popolare di metà Ottocento, dove superstizione e ambiguità sessuale si fondono e si impastano sotto un cielo pieno di stelle e di paure. Rosalba, il femminiello che si trova da vivere vendendo il proprio corpo, è un personaggio sfacciato e archetipico. Nei polizieschi del Commissario Ricciardi (il celebre personaggio nato dalla penna di De Giovanni), invece, Bambinella è il femminiello che aiuta le indagini, la creatura che conosce più cose degli altri, la consigliera, la visionaria. 

Uvaspina

Ma è soprattutto Uvaspina, il romanzo d’esordio di Monica Acito pubblicato da Bompiani, a riportare il femminiello al centro della narrazione. In una Napoli senza tempo, Carmine Riccio si affaccia all’età adulta con troppe domande e nessuna risposta. Tutti lo chiamano Uvaspina, da sempre. Perché sotto l’occhio sinistro ha una voglia a forma di acino, che è un marchio del cielo, un bacetto di Santa Lucia. Tutti lo chiamano Uvaspina e lui come l’uva spina viene schiacciato e spolpato, soprattutto da sua sorella Minuccia, una ragazzetta feroce e vorticante, che esplode e ferisce ogni volta che si sente minacciata. Tutti lo chiamano Uvaspina, Uvaspì, femminiello, culo sfonnato. Per la sua flemma e i suoi modi gentili, per il suo corpo trasparente di criaturiello tutti si prendono gioco di lui. Carmine è lo scuorno della sua famiglia, più femmina delle femmine, più femmina di sua madre e sua sorella messe insieme. Madonnina e maschio finito, Uvaspina è tutte le cose insieme e forse nessuna. Con una lingua densa di sangue e di folklore, Acito racconta una storia di scoperta e rivendicazione, una discesa nelle viscere di Napoli e di sé stessi alla scoperta del senso ultimo dei legami e dell’identità. Una storia d’amore sacro e carnale, proibito e invincibile che nasce nella carne e supera il corpo. Una storia che restituisce dignità e completezza a una parola e a una tradizione troppo spesso deturpata. Femmenella, femminiello. 

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