I nuovi selvaggi: No Vax e fascisti sono diversi, ma la matrice è sempre e comunque politica

Scioperi e rivolte in tutta la Penisola. La semplificazione assassina e quella diffusa solitudine affogata nei narcisismi mediatici. Mentre nuove scemenze sono già in fioritura.

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No Vax? Fascisti? Entrambi? Qual è il confine? Lo scenario è ben più complesso di una classificazione da meme per i quindici secondi di una storia.

Oggi sono previsti scioperi e rivolte lungo tutta la Penisola. Il pretesto è sempre lo stesso, almeno da una settimana. Dire no al green pass, all’obbligo vaccinale, ai tamponi da pagare per chi non vuole vaccinarsi ma continuare a lavorare. Particolare è  l’attenzione su Trieste, dove i dipendenti di diverse aziende di trasporto navale, nei giorni passati, hanno annunciato la volontà di scioperare. Molti li chiamano scellerati, altri senza mezzi termini inneggiano al Ventennio, altri ancora, con rudimenti di Comunismo rispolverato, chiedono di ascoltare anche la loro voce, per poi, come i primi, concludere con scellerati.

Certo, la voce. Certo, le idee. Certo, la complessità. Chissà.

Michele Serra, dalla sua Amaca, tenta di dare prospettive concrete con “esperienza da italiano in Italia”. Sicuro che “il governo allenterà alcuni controlli, chiuderà un occhio su alcune inadempienze […] lo farà per allentare la tensione sociale […] per ovviare a controlli non sempre facili e non sempre chiari. Il principio è, grosso modo, lo stesso dei condoni edilizi e fiscali. Qualcuno, per esempio il Salvini, la chiamerà “pacificazione”, nel nome di un elettorato (il suo) che considera ogni obbligo verso la comunità una dichiarazione di guerra ai suoi danni, e considera pace essere lasciato in pace”. Ed un quadro più italiano di così è difficile da immaginare.

Ma torniamo al principio, che principio non è, Fascisti! Sciogliete Forza Nuova! abbiamo conclamato, quasi istantaneamente, dopo i fatti di Roma dello scorso 9 ottobre. L’attacco alla sede della CGILe perché non Confindustria? – gli scontri, le bombe carta, le facce sanguinanti, le bandiere italiane sventolate a tutta forza e i dubbi sull’operato della polizia e il saluto romano e le svastiche tatuate che sbucano nelle cartoline che a sera molti di noi, indignati, si sono trovati a osservare sui propri smartphone, l’altra parte del mondo, quella in cui puoi decidere chi e cosa condannare per poi espiare i tuoi peccati.

Istantanee da piazzare nelle storie Instagram o su Twitter dove il dibattito può farsi più acceso e pecoreccio. Fascisti! ha semplificato la nostra coscienza in balia di questo innominabile attuale. Fermi, per ovvie ragioni, agli eventi della prima metà del secolo scorso, ma scossi e destabilizzati dal culto dei Big Data – le nuove divinità, le nuove messe cantate a cui assistere comodamente di mattina, seduti sul water, scrollando le home page dei nostri social. Nel mezzo solo tanto rumore e insensatezza.

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Manifestazione a Roma dello scorso 9 ottobre

Non solo i nostalgici dichiarati hanno lavorato alla restituzione di un passato positivo allo scopo di costruire il richiamo storico in cui rifugiarsi dallo scontento per il proprio tempo“. Scrive Marco Bentivogli su la Repubblica, e continua “La memoria è un posto confortevole anche per gli smemorati, per chi è nostalgico di un passato mai accaduto. Le allusioni, il dubbio insinuante del “sentito dire”, che diventa passaparola, a cui il digitale dà velocità e polarizzazione, che diventa verità collettiva, inossidabile quanto falsa“. Il dibattito nel nostro Paese è sempre vivo. Siamo ancora indecisi. Incerti sul definire il fascismo una questione aperta e chiusa durante il ‘900 o un sentimento, una corrente di pensiero, una serie di azioni che esistono a priori e che nel Ventennio hanno visto semplicemente il loro istituzionalizzarsi.

“Fascismo è una parola confortevole. È comoda per mettere una distanza – loro sono fascisti, noi no – e per evitare di pensare. Per evitare di fare un’analisi del presente invece d’impigrirsi a liquidare qualunque teppista come nostalgico d’un’ideologia che neppure ha vissuto, durante la quale neppure era nato”. Scrive su Linkiesta Guia Soncini, tra un – a lei solito – le nuove generazioni non sanno un cazzo e un allarme sull’assenza di memoria storica, farcito di ottusa nostalgia per tempi in cui ugualmente non si capiva un cazzo. Se è palese che il formarsi, sempre più imperante, di polarizzazioni e correlati pensieri bidimensionali annichilisca il dibattito e allontani le persone da una partecipazione ragionata al Presente, è certo che dalla parola Fascismo non si può sfuggire. Bisogna però, imparare a dosare e capire quando il suo uso è esplicativo. La questione non è terminata con Piazzale Loreto, anzi. Emilio Gentile, massimo studioso del Ventennio e accademico dei Licei, in un’intervista di ieri sul Foglio precisa “non chiamateli fascisti, chiamateli selvaggi” aggiungendo che “fascismo non significa più nulla quando diventa una parola che si può applicare a tutto”.

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Corrado Augias

Sì, ma sei anche un po’ fascista, così Corrado Augias ha etichettato Giorgia Meloni – in un video virale negli ultimi giorni, ma risalente a maggio – recitando il celeberrimo Sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana. Motto ripreso, dalla leader di Fratelli d’Italia, lo scorso fine settimana al congresso di Vox in Spagna, dando sfoggio del suo estro poliglotta Yo soy Giorgia, soy una mujer, soy una madre, soy cristiana. No me lo pueden quitar.

Tempo poche ore, forse quarti d’ora e sbucano gli sceriffi del web, pronti ad incolpare gli altri, i compagni. Quelli mattacchioni, un po’ superficiali, che creano attorno a Giorgia-donna-madre meme su meme, arrivando addirittura alla canzoncina che al massimo si può cantare come richiesta di SOS. Tenete pronto l’esorcista! Ironizzare via social su e con Meloni secondo i molti ha portato i consensi di Fratelli d’Italia ad una crescita esponenziale. Semplificare! Semplificare! Semplificare! in questo caso, sfortunatamente, detto con intenti differenti da Thoreau.

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Gli scontri dello scorso sabato hanno raccolto una larga e multiforme fetta della popolazione, tra cui spicca Giuliano Castellino, leader di Forza Nuova che ha sollevato non pochi dubbi con la sua presenza, dovuti a numerose misure restrittive a suo carico. Questo oscuro partito salta fuori quando accadono le rivolte più dure e violente, mentre il resto dell’anno lo trascorre in una meravigliosa villa, a Nord di Roma, con marmi, stucchi, affreschi e denaro, che si immagina cospicuo e di dubbia provenienza.

Oltre a poche e oscure figure, in piazza c’erano i no green-pass, i lavoratori affaticati, i disoccupati, i complottisti no-vax, le persone affamate culturalmente da trent’anni di impoverimento sistemico e last but non least, i fasci. Sì, perché esistono e agiscono, come ha mostrato anche l’inchiesta di Fanpage sulla “lobby nera”. Hanno potere decisionale e hanno capitale, o al massimo lo chiedono a sedicenti imprenditori. C’è una rete capillare di fanatici del Regime, ma chiamare tutti fascisti non aiuta a riconoscerla. Così come Giorgia Meloni ha dichiarato di non riconoscere la matrice degli attacchi romani e dell’agire di alcuni esponenti del suo partito. “Perché ha anche bisogno dei loro voti” (dei fascisti ndr), sempre il sopracitato Augias.

L’enorme problema, che a tali soggetti consente di agire indisturbati, è l’informe massa di persone impoverita e messa sotto torchio da trent’anni di politiche volute a tale scopo. Se si aggiunge poi il mercato globale, il consumismo, il nuovo perbenismo degli anni ’90 e Margaret Thatcher e Ronald Reagan e Berlusconi (le politiche appunto) e la tv generalista e l’indefinito e infinito spazio del web, i social, gli input digitali che riceviamo ogni secondo e in maniera trasversale, arriviamo a un livello di complessità che non è ancora paragonabile a quello effettivo.

Ma potendo e volendo parlare solo di ciò che vediamo e registriamo quotidianamente, non possiamo che notare una solitudine diffusa e un nervosismo che ci rendono suscettibili e insicuri di fronte alle insidie del presente. Carlo Galli ieri su Repubblica, ha parlato di una “sfiducia dei singoli tanto verso lo Stato quanto verso ogni istituzione sociale portatrice di autorità (ad esempio, di autorità scientifica). È in realtà una sfiducia verso tutto e verso tutti […] è uno sciopero della cittadinanza, un collasso del legame sociale e della lealtà politica verso le istituzioni”. E forse questo è il lascito più difficile da arginare, dopo un uragano che ci ha lasciato storditi, il cui effetto continua subdolo e sotterraneo. Abitiamo una terra di mezzo, un territorio di transito che non sappiamo definire ma che crea stravolgimenti e tensioni. Scosse di assestamento ben lontane dalla quiete.

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Maura Gancitano e Andrea Colamedici di Tlon, nel presentare il loro nuovo libro sono convinti che “qualcosa di simile a quello che stiamo vivendo è già successo due millenni e mezzo fa quando nacque la filosofia, durante uno sconvolgimento molto più simile al nostro di quanto possiamo immaginare. In quel tempo […] si creò una frattura affine a quella che si è aperta adesso, e alcune persone ebbero il potere di scegliere dove condurre se stesse. […] La filosofia rappresentò una rifioritura e una perdita, un’evoluzione e una profanazione. Un rinnovamento radicale del senso stesso del fare comunità”. E chissà se il futuro sarà un tempo di fioritura. Magari sì, ma probabilmente di nuove e sfaccettate scemenze. Nel mentre, tornando al presente e alla parole di Marco Bentivogli su Repubblica, “questo paese non può non considerare valore condiviso il giudizio su un regime infame, razzista, liberticida, sanguinario, che ci ha trascinato in guerra complice orgoglioso del regime di Hitler“. La Storia, la memoria appunto.

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