“Il piacere dà potere a chi siamo” – scoprendo la queer art di Sara Brown

Lə performer, attore, danzatore e regista femme non binaria ci trasporta in un mondo dove scoprirci, rispettarci, e liberarci di più.

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sarabrown
(Foto: Lydia Metrral)
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Sara Brown oggi vive a Barcellona ma l’adolescenza l’ha passata in una città di provincia conservatrice.
 Era il 2016, quando ha cominciato a notare che c’era molto di più rispetto la cosiddetta “normalità”: scoprendo il proprio corpo e interrogandosi a riguardo, Brown si è accorta che il mondo della sessualità va ben oltre il sesso o l’attrazione in sé, ma ha un significato profondamente politico. “Spesso si parla di oppressione, ma la sessualità non ha niente a che vedere con l’oppressione” racconta.

È stato così che Brown si è allontanata dalla provincia e ha cominciato a trasferire i propri desideri altrove (in Italia la definivano “new age”: “Chissà che intendono per new age” mi dice): “Siamo tutt* eroi o eroine del nostro paese, ma bisogna anche salvaguardare la propria salute mentale”. La sua queer art diventa l’occasione per uno spazio sicuro, un ambiente dove scrollarsi di dosso i dogmi del patriarcato, ma iniziare a scoprirsi e autoaffermarsi.

Performer, attore, danzatore e regista femme non binaria, per Sara Brown è stato un lungo processo di scoperta e rivelazione, che l’ha portata dal metateatro all’ufficio stampa della regista Erika Lust, entrando a contatto con un cinema porno rispettoso e femminista. Un percorso di formazione artistica e personale che ha avuto il piacere di approfondire con me.

intervista sara brown
@ssarabrown (Foto: Lydia Metral)

Una delle tue performance si intitola “IL MONSTRO – A Freak Show”: chi è secondo te “il mostro” nella società contemporanea?

 

“Il Monstro: A freakshow!” è uno spettacolo al momento in pre-produzione, all’interno di un progetto più grande chiamato Il Monstro, seconda fase di un lavoro iniziato nel 2017 in Portogallo chiamato PLEASUREisPOWER. Questa prima fase era tutto incentrata sul piacere e la sessualità in senso più generale, volevamo creare degli spazi fisici e online dove le persone potessero sentirsi sicure a discutere di sesso, genere, e piacere. Eravamo interessati a capire come il controllo sui corpi da parte delle istituzioni irrigidisse i corpi, e volevamo capire come liberarli.

Dopo lo spettacolo, Il Monstro è stato una conseguenza naturale: tutta questa prima fase, ha posto le basi per indagare qualcosa di più specifico, come la mostruosità, appunto. Nel monologo finale recito: “Io sono il mostro, discendente dell’ermafrodita, sono condannato per sfidare le regole della morfologia sessuale, la mia intenzione non è la riproduzione, ma l’azione e la creazione”. Le persone queer di oggi non sono così diverse dai freak dei secoli passati: non tanto a livello di apparenza, quanto di posizione nella società. I freakshow non esistono più perché sono stati banditi,  ma all’epoca c’era una relazione di potere: le persone pagavano per sentirsi “normali” mentre osservavano donne grassissime, uomini capra, nani, ermafroditi – persone “strane e fuori dal comune”. Queste persone venivano guardate a volte con meraviglia, altre paura, ma sempre con un senso di rifiuto e distanza: oggi ci chiediamo: chi sono allora i mostri? Le persone queer? O forse la mostruosità è un concetto totalmente soggettivo in relazione a chi consideriamo “strano”? Il punto è esplorare questa mostruosità ovunque intorno a noi e capire cosa ci definisce freak? Tutto ciò che genera repulsione, curiosità, rispetto all’usuale?

Noi siamo otto performer, e ogni personaggio ha un’identità diversa che si ispira ai freaks originari. Per me è anche questo il bello della comunità queer: il fatto che ognun* di noi è unico a modo suo, ma c’è una connessione. Non c’è bisogno di giustificarsi, e si crea un unico corpo comunitario. Ci terremmo a rappresentare anche questo. 

Il pubblico quando entra in sala è come fosse il set di uno studio televisivo, ma che riprende l’estetica di un cabaret o circo.

In questo metateatro vogliamo ricreare una relazione di potere tra normali e mostri ma andare oltre quella curiosità che avvicina ma non include, lasciandoci sempre ai margni. Vogliamo mostrare la complessità degli esseri umani e notare come la mostruosità è ovunque.

Cosa significa  PLEASUREisPOWER?



Se segui i tuoi desideri in base al piacere, liberandoti da ruoli o sguardi eteronormarti, e scrivi il tuo poema corpo acquisisci un potere: ma non è un potere oppressivo sull’altro, bensì un potere su te stess*, che ti fa sentire in controllo di chi sei, permettendoti di ispirare anche gli altri a fare lo stesso.

In un paese come il nostro dove manca ancora un’educazione sessuale adeguata, come sei riuscita a “sbottonarti” da determinati retaggi culturali e cosa per te è fondamentale oggi per evolvere questa conversazione?



In Italia abbiamo ancora questo problema del Vaticano, che si esprime sempre su qualcosa che – per scelta – non li appartiene, dal sesso alla famiglia. Questo ha anche un peso sull’agenda politica: i politici devono sempre ingraziarsi la Chiesa. In Spagna o negli altri paesi le dichiarazioni del Papa non hanno questa grande rilevanza.

Abbiamo anche una mancanza di vocabolario o punti di riferimento per quanto riguarda il mondo della sessualità o il genere: la cosa che mi fa più arrabbiare non è che in Italia mancano persone preparate, ma che chi si espone sul tema – incluso in Parlamento – è gente che non ne sa assolutamente nulla. Eppure, qualche decennio fa, è stata un’italiana, Teresa De Lauretis, a parlare di teoria queer, riutilizzando quel termine al di fuori della normalità eteronormata. Ma ha potuto farlo in California, non in Italia.

In Italia, inoltre, c’è parecchia omonormatività che è estremamente pesante. Mi sono ritrovata più volte a discutere con persone della mia stessa comunità: quando in realtà per far determinati passi in avanti dovremmo essere più unit* che mai. 

Penso che alla base del nostro paese ci sia una forte pigrizia intellettuale, che ci tiene costantemente attaccat* al passato e in qualche modo siamo anche un po’ rassegnat*.

 

 

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A proposito di cambiare il proprio sguardo e uscire dalla lente fallocentrica, tu hai anche lavorato con Erika Lust. Com’è stato collaborare con lei e cosa hai scoperto al suo fianco?

Il mio lavoro con Erika mi ha introdotto all’industria del porno e del lavoro sessuale. Lavorare con lei mi ha permesso di sessualizzarmi come voglio io: non importa come mi vesto, chiamo, o identifico. I significati così forti che vengono dati alla nostra vulva rendono la nostra vita completamente diversa rispetto a chi ha un pene, ed è così sin dalla mia nascita. Lavorare con Erika mi ha permesso di distaccarmi dal male gaze, una lente che mi sono sempre sentita addosso ogni volta che uscivo di casa: io stessa ho dovuto imparare a liberarmi da quello sguardo. Lavorare in questo contesto formato solo da donne o persone queer, non mi ha fatto provare ansia e sono riuscita ad esprimermi in maniera libera. È uno spazio dove siamo tutt* sulla stessa pagina, e chiunque rispetta te e i tuoi boundaries. C’è un interesse verso il tuo benessere. Ci sono un sacco di conversazioni sulle scene di sesso che verranno girate, e ci si accerta che vengano rispettate. 

Il sesso nelle produzioni di Erika Lust non è scripted, ma in freestyle: hai un mood, un personaggio, e il sesso fluisce libero.

Per sfidare il male gaze oggi è fondamentale, appunto, che alla camera non ci siano maschi: Erika mi raccontava che all’inizio aveva lavorato con dei cameraman uomini, e si rendeva conto che era inevitabile scadere in specifiche riprese o close-up. Riprendono solo culi e tette, che ci interessano, ma non come vorrebbe lo sguardo maschile. Poi, al di là dell’essere maschi o femmina, con Eria Lust viene ritratto del sesso esplicito senza concentrarsi sui genitali (proprio perché non è sesso = genitali).

La mia prima esperienza sul set, inoltre, è stata in una scena di BDSM, che mi ha educato tantissimo sul consenso: questo genere di porno mi ha permesso di settare dei limiti, capire fino a che punto spingermi, e imparare a dire no. Penso che sul set con Erika ho fatto il sesso più safe della mia vita.

Attraverso il tuo lavoro, per te cos’è importante trasmettere alle persone?

Vorrei suscitare un sentimento di responsabilità individuale, perché dall’individuale nasce il collettivo. Vorrei, inoltre, ispirare le persone a lasciarsi andare, rilassarsi quando si parla di sesso. Non c’è niente di cui preoccuparsi, è preoccupante non sapere come gestirlo, perché è da lì che nascono traumi e violenze. Vorrei che ognuno riesca a scoprirlo per sé. 

E nel farlo vorrei ci fosse ironia, senza sentirci in colpa.

Sara Brown è stata ospite anche al Borgo delle Perse lo scorso 19 Giugno.

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