Intervista a Giovanna Cristina Vivinetto, licenziata da una scuola perché donna trans* ha vinto in tribunale

"È fondamentale ribadire l'importanza di questa sentenza, che può aiutare tante persone trans* a farsi forza, nel denunciare, nel non avere paura, ad andare avanti".

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Intervista a Giovanna Cristina Vivinetto, licenziata da una scuola perché donna trans* ha vinto in tribunale - Giovanna Cristina Vivinetto - Gay.it
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Oggi 28enne, Giovanna Cristina Vivinetto è una poetessa che nel 2018, con Dolore minimo, ha vinto la VII edizione del premio Cetonaverde Poesia Giovani, la 59°a edizione del premio San Domenichino Città di Massa, il 63° Premio Ceppo Pistoia Selezione Poesia Under 35 e il 90° Premio Internazionale Viareggio-Rèpaci come miglior opera prima.

Un anno dopo Giovanna, che con la sua storia e le sue poesia ha ispirato gli autori di Prisma Ludovico Bessegato e Alice Urciuolodes, ha iniziato ad insegnare all’interno dell’istituto paritario Kennedy, a Roma. Pochi giorni dopo Giovanna, che non aveva mai taciuto il suo essere donna transgender, viene “licenziata”, con il contratto rescisso. Una storia di pura e semplice discriminazione, come ora accertato dal tribunale di Roma che ha sentenziato a suo favore. Per capire meglio quanto avvenuto, passo dopo passo, abbiamo intervistato Giovanna.

Torniamo al 2019, alla gioia per quel primo incarico e al successivo choc per la porta sbattuta in faccia.

Mi ero laureata da qualche mese, avevo mandato le mie disponibilità a diversi istituti, sia pubblici che paritari, aspettando che aprissero le graduatorie. Questo istituto mi ha subito contattata, proponendomi un colloquio in giornata. Io ero molto entusiasta, era la mia prima esperienza nell’insegnamento e vado a fare questo colloquio. Non mi sono mai interfacciata con la dirigenza scolastica di questo istituto bensì con la proprietaria, che decide tutto quanto. Mi sembrò una persona accogliente, disponibile. Mi disse che conosceva la mia storia, perché dal cv si evinceva, che non era un problema per loro. In sede di colloquio le ho chiesto come dovessi relazionarmi in merito a questa mia situazione, perché avendo già pubblicato un libro di poesie, i ragazzi cercando il mio nome avrebbero trovato tutto on line. Lei mi disse che non era un problema. Anzi, mi disse di raccontare la mia storia, perché poteva aiutare questi ragazzi con difficoltà, creare un clima empatico. Così ho raccontato la mia storia, nonostante non fossi tenuta a farlo sul posto di lavoro, avevo quattro classi e i ragazzi apprezzarono moltissimo. Si creò un bellissimo legame, di apertura, ragazzi maturi e intelligenti, comprensivi, e ne ho avuto dimostrazione dopo il licenziamento perché mi hanno scritto in massa. Una trentina di loro mi hanno supportato e sostenuto con bellissimi messaggi“.

Poi cosa è successo?

Dopo una decina di giorni di calendario, ovvero una settimana didattica circa, mi ammalo. Ho una faringite batterica con la febbre a 40, prendo due giorni di malattia, previsti da contratto. Il giovedì e il venerdì. Torno il lunedì, 14 ottobre 2019. Avevo servizio alle 08:00 del mattino, mi dirigo verso la classe e in corridoio mi sbarra la strada la preside, con la quale non mi ero mai realmente interfacciata. Mi dice “Giovanna vieni dobbiamo parlare”. Qui mi informa l’intenzione dell’istituto di rescindere il contratto di collaborazione. Io pensai, “sarà perché mi sono preso due giorni di malattia così presto?”. Ma non era quella la motivazione, la preside mi informa che in quei pochi giorni erano venuti in massa i genitori degli alunni a lamentarsi del mio operato didattico, dicendo che non fossi una buona insegnante, aggiungendo tutta una serie di motivazioni molto confuse. Che ero troppo indietro con il programma, ma la scuola era iniziata da due settimane, che spiegavo troppo velocemente e che come forma mentis ero troppo letterata, troppo poetessa, cosa che a mio avviso dovrebbe essere un vantaggio, con presunti voli pindarici nei confronti del programma. Lì su due piedi, abbastanza scioccata, ho firmato il recesso. Con il tempo ho iniziato però a vedere il tutto più lucidamente. Avevo insegnato per troppo poco tempo, per poter fare schifo come docente. Escludendo la malattia, escludendo la docenza, escludendo tutto il resto, rimaneva quello che ero, io come Giovanna. Così ho scritto un lungo post Facebook di denuncia, in cui mi domandai se quel licenziamento non fosse dipeso dal mio essere donna transgender“.

A quel punto il caso è diventato mediatico.

Esatto. E qui succede qualcosa. Dopo qualche giorno mi contatta un mio conoscente, che aveva visto i servizi televisivi relativi al mio caso. E mi racconta quanto accaduto il giorno dopo il mio licenziamento, il 15 ottobre 2019. Convocato a scuola tramite messa a disposizione insieme ad un’altra ragazza, si sente dire che deve far sparire il suo piercing dalla proprietaria dall’istituto. Lui chiede come mai. Lei risponde che in quella scuola tutti i genitori sono ebrei e ricchissimi, ma bigotti. E aggiunge: “Noi siamo stati costretti a licenziare la prof di lettere perché transessuale”. Testuali parole. Sulla base di questa chiamata, da me registrata e dal mio avvocato trascritta e depositata agli atti, sono stata contattata dal GayCenter e mi hanno aiutata tantissimo, mettendomi a disposizione l’avvocato Silvia Claroni che mi ha rappresentata“.

E qui è iniziata la battaglia in tribunale.

Sì, abbiamo avuto molto coraggio. Mi avevano anche sconsigliato di farla, perché c’erano alte probabilità di perderla. Dimostrare al 100% una discriminazione in ambito lavorativo è difficilissimo. All’inizio ero molto convinta, anche sulla scia della rabbia provata, poi più passava il tempo e più mi domandavo chi me l’avesse fatto fare. Il peso psicologico è stato enorme. È stato sentito il mio testimone, che ha confermato quanto detto in quella telefonata, e a distanza di sei mesi sono stati sentiti i testimoni della controparte, che si erano assentati quando avrebbero dovuto presentarsi in aula. Su una decina di candidati proposti dalla scuola, si sono presentati in due. Un insegnante e la madre di un’alunna che non era una mia studentessa. La scuola in sede giudiziaria ha specificato che il licenziamento era legato al fatto che fossi una pessima docente nonché una persona volgare e sessualmente esplicita“.

In che senso. Cosa avresti fatto per essere definita “volgare e sessualmente esplicita”?

Per il primo punto ha testimoniato questo docente con cui avevo parlato forse una volta, che disse che aveva discusso con me durante un collegio docente che non c’era mai stato, tant’è che non esiste verbale, dicendo che io mi fossi rifiutata di utilizzare le slide durante le lezioni perché non avevo tempo il pomeriggio di farle. Cosa falsissima. Anche perché i piani didattici di questi alunni non erano stati ancora approvati. Si approvano a novembre. Queste identologie non erano state ancora identificate. L’accusa veniva così smentita. Io ancora non conoscevo le problematiche di questi alunni, di solito ci si riunisce in consiglio di classe e si firmano documenti ufficiali in cui si decide quale percorso adottare. Il giudice ha definito irrilevante questa testimonianza, perché non ha detto nulla sulla mia presunta mancanza di professionalità. Non c’era proprio stato il tempo materiale per ambientarmi e conoscere le difficoltà dei ragazzi“.

L’accusa di volgarità e di sessualità esplicita, invece?

“Il problema è sorto con questa mamma. Disse che avrebbe ritirato sua figlia dalla scuola se non mi avessero allontanato. Giurando davanti al giudice disse inoltre che durante un’ora di supplenza, e io non ho mai fatto supplenza in quella scuola, sua figlia le confessò di non aver capito niente perché io non avevo utilizzato le slide. E poi questa signora ha detto, cosa per cui ho dovuto querelarla, che sua figlia aveva sentito durante la ricreazione da altri ragazzi che io chiedevo informazioni sessuali agli alunni, chiedendo loro come avessero perso la verginità per poi rispondere alle domande sessuali che loro facevano a me a loro volta. “In particolare mia figlia ha sentito dire che la professoressa alla domanda “visto che lei è trans può avere figli”, la prof. ha risposto “sì mi piacerebbe averli ma non posso farli con il culo”. Il giudice ha ritenuto inaffidabile questa testimonianza, perché per sentito dire, senza comprova dalla scuola nè dall’altro testimone, ovvero il professore, nè dai diretti interessati, ovvero gli alunni”.

A quel punto è arrivata la sentenza?

“Lo scorso 2 novembre, in cui il giudice ha riconosciuto la discriminazione di genere, condannando la scuola a risarcimi di tutti gli stipendi virtuali che avrei dovuto ricevere fino a giugno. Ma non ha riconosciuto il danno morale”.

È emerso dalla sentenza il perché del mancato danno morale?

La giudice non si è soffermata nè sul danno morale nè sul danno all’onore, che sono danni correlati. Si è soffermata solo sul diritto all’immagine, perché io ho sostenuto che questa scuola ha leso la mia professionalità, sia come docente che come letterata. La giudice non ha riconosciuto il danno all’immagine perché a suo dire sono stata io ad innescare tutta la vicenda mediatica. Come a dire che il danno me lo sono fatto da sola, che fa un po’ ridere. Cosa avrei dovuto fare, tacere?“.

Da parte della scuola c’è stata richiesta di appello?

“Ancora non lo sappiamo, non hanno ancora detto niente. Ma c’è poco da appellare”.

Nel dubbio, tu ora insegni altrove?

“Sono un’insegnante di ruolo, nella scuola pubblica”.

In un clima completamente differente?

Subito dopo quel licenziamento io ho lavorato, ho insegnato. Prima come precaria, adesso stabilizzata. Mi sono sempre trovata benissimo. Posso raccontare solo storie bellissime. I ragazzi sono splendidi, così come lo erano nella paritaria, a differenza dei genitori. Essendo quella una realtà in cui le rette sono molto ricche, i genitori vogliono avere diritto di parola e di scelta“.

Sentenza importante anche dal punto di vista politico, visto il governo attuale. Possiamo leggerlo come un passo in avanti sul piano dei diritti transgender?

Assolutamente sì. La giudice è stata molto lucida, interpretando tutto in punta di legge. Viviamo in una società in cui c’è il rischio di regredire, sul piano politico e dei diritti civili. Ho letto alcuni commenti su articoli riguardanti questa sentenza con tanti insulti beceri“.

Il caso Cloe Bianco, che è molto simile al tuo, non ha insegnato niente.

Situazione sovrapponibile, se non fosse che lei si trovasse in una scuola pubblica, come insegnante di ruolo. È il fallimento di una società che dovremmo chiamare civile, senza esserlo”. “Il problema è chi sta al potere“.

Nel caso di Cloe c’è una parte di classe politica che non ha mai fatto neanche mea culpa, dopo il suo suicidio, per tutto l’odio e la discriminazione che le buttarono addosso quando era insegnante.

Anche per questo motivo sono contenta e orgogliosa che la giustizia si sia pronunciata in questo modo. È fondamentale ribadire l’importanza di questa sentenza, che può aiutare tante persone a farsi forza, nel denunciare, nel non avere paura, ad andare avanti”.

Leggendo la sentenza, la giudice ha scritto che “le dichiarazioni” dei testimoni e dell’istituto “non appaiono significative di un’effettiva inadempienza della professoressa Vivinetto ai propri impegni didattici. Inoltre appare quantomeno prematuro un recesso esercitato in così breve tempo, per motivazioni attinenti la scarsa capacità didattica, senza dare alla professoressa la possibilità di ambientarsi e di acquisire piena nozione dei piani didattici personalizzati da applicare ai propri alunni. Sicché può ritenersi adeguatamente provato che le ragioni che hanno indotto la società resistente a risolvere il rapporto di lavoro con la Vivinetto siano ascrivibili proprio alla sua condizione di transessuale“.

Ho vinto“, ha festeggiato sui social Giovanna. “Abbiamo vinto. Un varco è stato aperto ed è da qui che possiamo fare entrare la luce. Sono una docente degna di rispetto. Sono una donna transgender degna di rispetto. Come dovrebbe essere in ogni caso. Sta a noi decidere in quale direzione cambiare la nostra società. Starò sempre dalla parte di chi lotta ogni giorno per i propri diritti, per non vederseli più calpestare”.

 

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