Il Pride dell’Uganda del Nord è il segnale di una comunità viva nonostante le severe leggi anti-LGBT

L’Uganda conservatrice considera ancora l’omosessualità un abominio ma la comunità non resta in silenzio

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Negli ultimi anni, la situazione delle persone LGBT in Uganda si è fatta sempre più critica. Il governo ha intensificato gli attacchi alla comunità anche attraverso l’uso della polizia, facendo irruzione in bar LGBT-friendly e arrestando attivisti, e lo scorso marzo un’ingiunzione penale ha anche costretto alla chiusura un’organizzazione per i diritti LGBTQ+.

Per questo segnali come il Pride che si è appena tenuto sono di vitale importanza per la comunità LGBTQ+ locale. L’evento, che ha preso il nome di Pride dell’Uganda settentrionale per la zona che ha interessato, è stato organizzato con il sostegno di Pride Uganda e ha visto una giornata piena di eventi culturali e sfilate di moda in cui chi vi ha partecipato (non si sanno i numeri precisi dell’affluenza) ha potuto divertirsi e lanciare il messaggio slogan di questo Pride: «Siamo qui e siamo queer».

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Il Pride in Uganda è il segnale di una comunità piena di energia che non vuole rimanere in silenzio

La zona interessata corrisponde alle regioni del Nilo settentrionale e occidentale, luoghi dove di omosessualità non si parla mai apertamente in quanto ancora considerata come un abominio. La comunità LGBTQ+ è vittima di discriminazioni e violenze quotidiane che possono arrivare fino all’incarceramento e all’ergastolo. Ma non solo le persone vengono prese di mira: dopo la chiusura dell’organizzazione per i diritti LGBT, lo scorso agosto il governo ha ordinato la sospensione della SMUG, l’ONG Sexual Minorities Uganda che dal 2004 è impegnata nella difesa dei diritti della comunità.

La percezione dell’omosessualità in Uganda, come in molti altri Paesi africani, è un retaggio dell’era coloniale in cui si trovavano sotto il dominio del Regno Unito e, da questo, hanno adottato diverse leggi. Tra queste anche quella che vuole l’omosessualità illegale. Negli anni, tuttavia, le cose non sono cambiate. Un illusorio segnale era arrivato nel 2014, quando la Corte Costituzionale ugandese aveva cancellato quelle leggi anti-gay ma si trattava, appunto, di un’illusione: poco dopo sono state inserite nuove norme contro la comunità LGBTQ+.

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Yoweri Musuveni è il Presidente dell’Uganda anti-LGBT, in carica dal 1986

Di fatto, le persone LGBTQ+ in Uganda rischiano la vita per la severità e la crudeltà di queste leggi. Dopo la loro approvazione, alcuni Stati occidentali hanno persino tagliato i fondi e gli aiuti finanziati all’Uganda, ma non è servito a far fare ai legislatori un passo indietro.

Il legame con l’era coloniale, poi, è ancora motivo di scontro con la religione. L’Uganda è anglicana ma, all’interno dell’ordinamento, la Chiesa ugandese ha tagliato i rapporti con quella americana e canadese perché si sono aperte ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. Anche quest’anno i vescovi di Uganda, Ruanda e Nigeria hanno disertato l’annuale conferenza di Lambeth per protestare gli argomenti trattati, cioè la possibilità di accettare relazioni dello stesso sesso e celebrarne l’unione.

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La comunità LGBTQ+ dell’Uganda è vittima di violenze inaudite

Vista la situazione, la celebrazione del Pride dell’Uganda settentrionale è stato un evento tanto meraviglioso quanto incredibile, la risposta di una comunità che, nonostante la paura e il terrore delle ripercussioni, ha deciso di non rimanere in silenzio e dimostrare che davvero la cultura è più importante della legge. Gli organizzatori dell’evento hanno dichiarato:

«La storia è stata fatta oggi, le persone LGBTQ+ del nord Uganda si sono riunite per celebrare il Pride. Avevamo paura di metterlo insieme, ma era più terrificante non essere fedeli a noi stessi»

Un nuovo segnale di energia per continuare a combattere una società che, obiettivamente, vuole vedere la comunità LGBTQ+ cancellata. In un Paese estremamente conservatore come l’Uganda, dove il Presidente Yoweri Museveni – in carica dal 1986 -, ha dichiarato che l’omosessualità è un simbolo dell’imperialismo sociale dell’Occidente in Africa, la comunità deve essere più vigile che mai.

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