Taiwan celebra il suo ventesimo Pride, ma l’ombra della Cina è sempre più minacciosa

120.000 persone hanno riempito la capitale Taipei per celebrare la comunità LGBTQ+ taiwanese.

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Nella giornata di sabato 29 ottobre, circa 120.000 persone si sono radunate a Taipei, la capitale di Taiwan, per marciare e rivendicare l’orgoglio Pride. Giunto ormai alla sua ventesima edizione, il Pride di Taiwan è uno dei pochi in Asia ad avere una tradizione così lunga, vista anche la posizione assolutamente progressista della Nazione rispetto al resto del continente.

Taiwan ha segnato un precedente in tutta l’Asia quando nel 2019 ne è stato il primo Paese a rendere legale il matrimonio egualitario. La sua reputazione a favore dei diritti LGBTQ+ e del liberalismo la precede ed è un luogo a cui la comunità LGBTQ+ asiatica guarda con ammirazione proprio perché a Taiwan, come affermano molti attivisti, si può liberamente essere sé stessi.

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In migliaia in piazza per celebrare il Pride a Taiwan. Foto: Ann Wang

La marcia del Pride ha visto sfilare per le strade del centro migliaia di persone attorno a camion colorati su cui si esibivano ballerini e drag queen. Le persone portavano alzate centinaia di bandiere arcobaleno, ma alcuni portavano anche striscioni a sostegno di Tibet, Ucraina e Hong Kong, il territorio autonomo cinese che condivide con Taiwan un funesto destino: avere sopra di sé la minaccia della Cina di Xi Jinping.

Al Pride erano presenti anche alcuni esponenti del DPP, il Partito Democratrico Progressista che attualmente è al governo. La marcia è poi coincisa con la corsa all’elezione del nuovo sindaco di Taipei la prossima settimana, in un impulso che sembra già riconfermare un candidato del DPP alla vittoria. Il candidato Chen Shih-chung ha marciato insieme all’ex vice-presidente Chen Chen-jie dietro uno striscione che recitava “La democrazia sostiene i gay”.

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Taiwan è stato il primo paese asiatico a legalizzare il matrimonio egualitario nel 2019. Foto: Ann Wang

Tutto questo è in netto contrasto con il clima che si respira in Cina, dove invece l’omosessualità non è ancora così protetta e difesa e dove il governo di Xi Jinping è sempre più votato al potere assoluto, che ricorre alla repressione di chiunque si opponga al PCC, il Partito Comunista Cinese alle spalle del Presidente.

Durante la nostra intervista con l’attivista della Taiwan Tongzhi Hotline Association (una delle organizzazioni LGBTQ+ più longeve del Paese), Mei Ying ci aveva raccontato che, mentre a Taiwan regna la democrazia, gli attivisti LGBTQ+ cinesi sono costantemente sotto pressione e che l’ombra di un possibile attacco di Pechino per riconquistare l’isola che storicamente si è staccata dal controllo cinese è una possibilità che spaventa tutti.

Il Pride di Taiwan, con tutta la sua importanza e significato, arriva proprio quando l’invasione da parte della Cina sembra una realtà sempre più prossima a realizzarsi. Per ottenere la conferma per il terzo mandato alla guida del Partito Comunista Cinese, e quindi della Cina, il dittatore comunista Xi Jinping ha barattato la riannessione di Taiwan a Pechino, in cambio dei voti.

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Taiwan è una democrazia, ma l’invasione della Cina è una possibilità che spaventa tutti. Foto: Ann Wang

Se la cosa dovesse effettivamente verificarsi, le conseguenze si farebbero sentire a livello mondiale: il primo che i politologi si aspettano intervenga in difesa di Taiwan è il Giappone, il Giappone è alleato degli Stati Uniti e gli Stati Uniti sono vincolati da un trattato risalente alla fine dell’ultimo conflitto mondiale a difendere il Giappone in caso di guerra. Il resto del mondo segue di conseguenza.

Per ora si tratta solo di ipotesi nel caso il governo di Pechino decida di muoversi contro Taiwan, ma quello che più spaventa la comunità LGBTQ+ taiwanese – oltre alla distruzione che porterebbe una nuova guerra – è che se il Paese dovesse tornare sotto il controllo cinese, tutti i diritti conquistati andrebbero persi nel giro di un secondo. Il Pride di Taiwan è un simbolo di tutto ciò ed è la dimostrazione di quella libertà che la Cina vuole invece annientare. Di certo la speranza ultima a morire è quella che il Pride di quest’anno non sia uno degli ultimi di cui possiamo rendere conto.

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