Turismo gay-friendly: una forma di ghettizzazione?

Sul blog Fatto Quotidiano si parla di turismo gay. E nei commenti scoppia la polemica.

Sul Fatto Quotidiano ci siamo imbattuti in un interessante articolo del blog di Francesca Petretto dedicato al turismo gay-friendly.

“Non sopporto l’accezione “gay friendly“ – esordisce l’attrice.

Trovo che questo bisogno di etichettare, di catalogare, di classificare dei luoghi o delle persone come “amichevoli coi gay”, sia una delle cose più tristi e ghettizzanti che mi sia mai capitato di sentire. Consultare Tripadvisor per trovare un buon hotel nel quale soggiornare e leggere tra i commenti dei visitatori “decisamente gay friendly”, mi provoca un istantaneo e per nulla piacevole brivido sulla schiena. Come se essere amichevoli e ben disposti con degli esseri umani sia qualcosa che esula dall’agire quotidiano, una stranezza, soprattutto in un hotel a quattro stelle dove, se va bene, ti sei giocato la tredicesima per un week end in camera matrimoniale all inclusive. E’ un po’ come la storia del cartello fuori dai negozi con su scritto “Tu non puoi entrare” rivolto ai nostri amici a quattro zampe, oppure qualcosa tipo “amici degli animali”, come se i gay fossero dei cagnolini di razza incerta, per i quali bisogna specificare i luoghi in cui sono ben accetti e quelli in cui no, le persone che sono “amichevoli” e quelle che, al contrario, li prenderebbero a badilate sulla schiena.

E ancora

Dopo varie riflessioni, mi chiedo questo: se non viene specificato che un posto è “gay friendly” che succede? Che arrivati lì, è meglio che i due malcapitati/e stiano ben attenti a non mostrare la loro “gaytudine”, altrimenti li cacciano a pedate sul sedere o gli sputano nel piatto di spaghetti? Oppure al momento di pagare, gli addebitano un surplus del 30% per aver ingannato l’attento receptionist dell’albergo, fingendosi semplici amici in vacanza, salvo poi essere beccati a limonare a bordo piscina, davanti a delle rispettabili famiglie-alfa?

In conclusione, secondo l’autrice, l’idea di turismo gay-friendly è in realtà una forma di auto-ghettizzazione:

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La verità è che, purtroppo, i primi ad aver voluto che esistessero dei luoghi fatti apposta per loro, nei quali sentirsi accettati e rispettati, nei quali confrontarsi, sono stati proprio i gay. Per salvarsi da una società poco disposta ad accoglierli e a capirne le esigenze, hanno cercato di crearsi un mondo “amichevole” nel quale vivere in pace; un mondo privo di pregiudizi, ma a sua volta troppo chiuso e protetto che spesso tende ad enfatizzare e portare all’estremo, inutilmente, proprio quell’idea di “diverso” e di “altro”.

Siete d’accordo con Francesca Petretto? Come scegliete le vostre vacanze? Prediligete i locali gay-friendly o lo considerate un aspetto poco rilevante?

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L’articolo completo lo trovate su Il fatto quotidiano