Ecco qual è la strategia di Donald Trump per conquistare il voto gay

Ciò che interessa davvero a Trump è utilizzare cinicamente le vite della comunità LGBT per condurre una battaglia ideologica contro il mondo islamico e gli immigrati. Utilizzando la loro paura.

Donald Trump si è abbattuto sulla nomination presidenziale repubblicana come una tempesta equatoriale scardinando i piani della destra americana: miliardario, newyorkese, pluri-divorziato, il candidato Trump è quanto di più lontano dall’immaginario conservatore tradizionale fatto di chiese evangeliche, mucche al pascolo e stivali da cowboys. Eppure quello stesso elettorato con cui non ha nulla in comune, lo ha scelto come avversario di Hillary Clinton, preferendolo a concorrenti ben più tradizionali e rassicuranti per l’establishment del GOP- come Ted Cruz, nemico giurato della comunità gay.

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Essendo un alieno nel panorama della destra conservatrice, sui temi LGBT Donald Trump si è potuto prendere delle libertà finora sconosciute ad altri candidati repubblicani – per esempio schierandosi contro la legge del Nord Carolina che obbliga all’uso del bagno corrispondente al sesso anagrafico per le persone transgender (salvo poi fare una confusa marcia indietro LEGGI >). Per questo motivo è stato applaudito da Caitlyn Jenner, transgender più famosa d’America e elettrice repubblicana (LEGGI >). Altri commentatori hanno persino avuto il coraggio di definirlo il candidato repubblicano più gay friendly della storia. Una forzatura. Trump avrà pure fatto un tweet di auguri a Elton John per le sue nozze, si sarà pure circondato di amici omosessuali, avrà pure l’endorsement della Jenner, ma se guardiamo alla sostanza, sui temi LGBT è un candidato ostaggio del proprio partito e del suo elettorato. Basta vedere la scelta del vice-presidente Mike Pence che da governatore dell’Indiana si è contraddistinto per aver firmato una legge che introduce il diritto di discriminare cittadini gay, lesbiche e trans sulla base della libertà religiosa (LEGGI >). Anche se alieno, Trump non vuole infatti perdere il voto conservatore dell’America più tradizionalista che tuttora rappresenta la sua costituency più forte. E così nonostante una flebile e confusa apertura fatta all’inizio della campagna elettorale sul tema del marriage equality – quando disse che non avrebbe sostenuto un emendamento costituzione per ribaltare la pronuncia storica della Corte Suprema (Obergefell v. Hodges) – ha ribadito in tutte le occasioni di essere contro il matrimonio egualitario, aggiungendo persino che da Presidente si impegnerà a nominare giudici conservatori che rovesceranno quella sentenza. La questione della nomina dei giudici della Corte Suprema è un tema fondamentale, anche se poco discusso, di questa campagna elettorale. In gioco non c’è solo il posto vacante lasciato dal giudice conservatore Scalia, ma gli equilibri dell’organo che nei prossimi anni potrebbe vedere addirittura altre 4 sostituzioni. L’elezione di un presidente conservatore inciderebbe profondamente nella nomina di magistrati corrispondenti a questo orientamento e potrebbe avere ripercussioni nefaste non soltanto per i diritti civili delle persone LGBT – con una parte consistente dell’elettorato conservatore che ancora spinge per un overulling della sentenza Obergefell v. Hodges – ma anche su altri fronti come il diritto all’aborto e la salute riproduttiva delle donne.

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Ecco allora che il movimento gay americano, lontano dall’essere andato in pensione dopo la conquista del matrimonio per tutti, si è schierato massicciamente con Hillary Clinton. Le più grandi associazioni, gli opinion leader della comunità gay come Ellen DeGeneres, sono scesi in campo contro Trump per paura che una sua elezione possa distruggere le conquiste epocali dell’amministrazione Obama, la più gay friendly della storia. La Clinton, dal canto suo, è amica storica della comunità LGBT (come non ricordare quando da First Lady scese a manifestare al Gay Pride negli anni 90 quando ancora era rischioso schierarsi a fianco di gay, lesbiche e transessuali). Da Segretario di Stato fu la prima ad affermare che i diritti gay sono diritti umani. Nel suo programma da candidata alla Presidenza ci sono impegni concreti contro le terapie riparative, a sostegno dei giovani LGBT cacciati di casa, per rimuovere il divieto di servire nell’esercito nei confronti delle persone transgender, e addirittura per promuovere l’accesso alla profilassi pre-esposizione per l’HIV (PrEP). Insomma, la piattaforma gay della candidata democratica non teme paragoni con quella di Trump che semplicemente non esiste a parte i proclami e le buone intenzioni.

LEGGI L’INTERVISTA DI “ADVOCATE” A HILLARY > > >

In queste elezioni presidenziali il voto gay può essere determinante. La comunità LGBT americana, a differenza di quella italiana, è in grado di mobilitarsi, raccogliere fondi e pesare sulle elezioni. Questo peso specifico fa gola anche a Trump che non esita a definirsi “amico della comunità LGBT” puntando sul fatto di non essere il solito candidato conservatore cristiano. L’interesse di Trump nei confronti del voto gay è dovuto anche ad una necessità politica. I repubblicani sono infatti ostaggio del proprio elettorato tradizionale conservatore fatto di maschi, bianchi ed eterosessuali che, come insegnano le due vittorie di Obama, non è più in grado di essere maggioranza nel paese. Per questo motivo, Trump ha disperato bisogno del sostegno delle minoranze.

Non potendo aprire sui temi dell’uguaglianza per paura di perdere il voto fondamentalista cristiano, la strategia del candidato repubblicano punta sulle paura all’indomani dei tragici eventi del Pulse. Quella di Orlando è infatti una tragedia epocale che ha scosso profondamente le coscienze della comunità LGBT americana. Il peggior attacco terroristico fatto sul suolo USA dopo l’11 settembre, ma anche la più grande strage omofoba della storia statunitense. Una parte della comunità LGBT si sente un target del terrorismo islamico e vede nell’immigrazione musulmana un pericolo per la sua stessa esistenza. “Fino a quando Hillary Clinton aprirà le porte agli estremisti islamici non può essere considerata un’amica delle comunità LGBT” ha dichiarato Trump (LEGGI >).  Il miliardario prestato alla politica intuisce questi timori e decide di cavalcare l’onda. Diventa così il primo candidato repubblicano della storia a menzionare la comunità LGBT nel discorso di accettazione della nomination alla Convention Repubblicana. Un fatto oggettivamente epocale per un partito che ha sempre negato ogni possibilità di dialogo con il mondo gay. “Farò tutto ciò che in mio potere per proteggere i nostri cittadini LGBT dalla violenza e dall’oppressione di un’odiosa ideologia straniera” ha detto sul palco di Cleveland raccogliendo una standing ovation da parte della platea repubblicana, composta da gente che per anni ha combattuto ferocemente contro i diritti e le libertà delle persone gay, lesbiche e transessuali.

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La mossa di Trump, seppur discutibile, rischia di intercettare un voto d’opinione nell’universo gay. Molti hanno scritto come dopo la conquista del matrimonio, la popolazione LGBT tende a votare in maniera più libera rispetto ai tradizionali schieramenti. Le tensioni innegabili con il mondo islamico fondamentalista hanno poi spostato una parte dell’elettorato gay su posizioni di destra (basta guardare alla Gran Bretagna o alla Francia). Su questa tendenza stanno puntando i gruppi gay repubblicani che plaudono alla retorica incendiaria di Trump e identificano l’Islam come il nemico numero uno delle identità LGBT. Certo, Trump e i repubblicani sarebbero più credibili se decidessero di occuparsi di violenza omofobica a 360 gradi in un paese, gli USA, in cui l’orientamento sessuale è, secondo i dati dell’FBI, il secondo movente dei crimini d’odio. Poi potrebbero anche iniziare a pensare alle persone gay, lesbiche e transgender, non soltanto come vittime di terrorismo, ma anche nella loro quotidianità di cittadini (secondo Human Rights Campaign il 63% delle persone LGBT americane ha subito discriminazioni e violenze).