Bardo, recensione. L’onirico ritorno a casa di Alejandro G. Iñárritu tra immaginazione e realtà

Un'opera intima e visionaria per il regista due volte premio Oscar, che mai in vita sua aveva lavorato così. "E credo che mai lo farò di nuovo".

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Bardo, recensione. L'onirico ritorno a casa di Alejandro G. Iñárritu tra immaginazione e realtà - Gay.it

7 anni dopo il 2° Oscar alla regia vinto con Revenant, Alejandro G. Iñárritu torna in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia con il suo film più personale e complesso, Bardo, Falsa crónica de unas cuantas verdades, pellicola Netflix che vede il regista messicano bissare quanto fatto da Alfonso Cuarón con l’acclamato Roma. 22 anni dopo Amores Perros Iñárritu è tornato a girare nella sua città natale, Città del Messico, raccontando un viaggio immersivo ed epico, intimo, malinconico e onirico da parte di un celebre giornalista e documentarista messicano che vive a Los Angeles, Silverio.

Dopo aver ricevuto un prestigioso riconoscimento internazionale l’uomo torna nel suo Paese natale, precipitando in una profonda crisi esistenziale che lo obbligherà a sgomitare per abbracciare risposte a domande universali riguardanti la propria identità, il successo, la fragilità della vita, la storia del Messico, il rapporto con i vicini Stati Uniti d’America e i profondi legami sentimentali che condivide con moglie e figli.

Bardo, recensione. L'onirico ritorno a casa di Alejandro G. Iñárritu tra immaginazione e realtà - Bardo. Venezia - Gay.it

Un’opera a metà tra Federico Fellini e Terry Gilliam, con ricordi e paure che follemente invadono il presente del protagonista, suscitando spaesamento, sconcerto. Visivamente parlando eccezionale, e non poco ispirato da un punto di vista narrativo, Bardo è un’opera a più strati, che si interroga sul senso della vita, sul percorso già compiuto e sulla strada ancora da compiere, sui dolori passati mai del tutto elaborati, sui rimpianti e i desideri, le paure ed ambizioni.

Il sogno domina l’ultima pellicola di Iñárritu, perché Silverio, interpretato dall’eccezionale e ai più sconosciuto Daniel Giménez, percorre un lungo viaggio a ritroso verso casa rimanendo costantemente in bilico tra finzione e realtà, senza riuscire sempre a distinguere l’una dall’altra. Nel farlo Inarritu, che si è trasferito a Los Angeles nei primi anni ‘2000, guarda alla propria esperienza personale e punta il dito contro quell’America che a metà ‘800 si prese metà Messico, al termine di una guerra impari sul fronte bellico, quell’America che ha innalzato un muro al confine, quell’America che ancora oggi fatica a considerare statunitensi quei messicani da tempo emigrati, che vivono, lavorano e pagano le tasse negli USA. Quell’America in cui il regista vive da decenni.

Un conflitto interiore di pura auto-analisi, quello dell’artista messicano arricchitosi e premiato in terra a stelle e strisce, evidentemente sentito in prima persona dal regista, che ha attinto dalla propria memoria per dar vita ad un trionfo immaginifico, dirigendo un sogno tanto reale quanto mai veritiero. Lungo quasi 3 ore, Bardo vola alto tra fantasia, compiacimento e cronaca, con il suo privilegiato  protagonista chiamato a dialoghi impossibili.

Con il padre da tempo scomparso, con il figlio mai nato che ha deciso di tornare nell’utero materno “perché il mondo è una merda”, con il condottiero spagnolo Hernán Cortés, comodamente seduto su una piramide di indios da lui trucidati. Silverio comunica con gli altri persino senza muovere la bocca, con la sola forza del pensiero, mentre attorno a lui si accavallano critiche e applausi, sensi di colpa e palesi ipocrisie, amori e falsi amici, con un’ossessiva ricerca estetica che paga lo scotto dell’agognata perfezione andando a raffreddare l’emotività narrativa di una pellicola segnata da alcune scene sublimi (c’è uno dei migliori utilizzi cinematografici di David Bowie di sempre).

Dopo aver vinto il Leone d’Oro e ben 4 Oscar grazie a Cuaron (ma Roma è nettamente superiore), Netflix tenta il bis con un altro regista messicano ed un altro film mastodontico ed ‘esistenziale’, talmente epico dall’essere costato 5 anni di lavoro.

Girato in 65mm e impreziosito dalla multiforme, variopinta e straordinaria fotografia di Darius Khondji, Bardo prende vita da una sceneggiatura costantemente attraversata da ossessioni ed incubi, firmata da Inarritu e Nicolás Giacobone (già visto all’opera con Birdman e Beautiful), sparando a zero su quel mondo chiamato “giornalismo” che negli ultimi anni si è trasformato in altro, perdendo credibilità, professionalità, capacità di osservazione, diventando troppo spesso falsa cronaca di alcune mezze verità, limbo transitorio tra morte e rinascita di una straordinaria professione apparentemente smarrita tra sensazionalismo, conflitto d’interessi e clickbait. Ma questa, o forse neanche del tutto, è un’altra storia.

Voto: 7

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