CaRLA: la prima terapia per l’HIV a lunga durata è finalmente disponibile in Italia

Per capire come sta andando nella realtà, ne ho parlato con Roberto Rossotti, medico infettivologo presso il Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano, e Dante, persona con Hiv che ha iniziato il trattamento.

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CaRLA: la prima terapia per l’HIV a lunga durata è finalmente disponibile in Italia
Per capire come sta andando nella realtà, ne ho parlato con Roberto Rossotti, medico infettivologo presso il Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano, e Dante, persona con Hiv che ha iniziato il trattamento.
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Dal 18 maggio 2022 anche in Italia è finalmente disponibile il farmaco Long Acting per il trattamento dell’infezione da HIV.

Nella comunità scientifica viene chiamato CaRLA: consiste nell’associazione di due farmaci, il cabotegravir (Ca), nuova molecola appartenente alla classe degli inibitori dell’integrasi e la rilpivirina (R), un inibitore non nucleosidico della trascrittasi inversa già utilizzato in Italia a partire dal 2013.

La grossa novità consiste nella modalità di somministrazione: i due farmaci vengono iniettati nei muscoli dei glutei e creano un depot: il deposito di farmaco ha una durata di 60 giorni, dunque si tratta della prima terapia long acting (LA), ovvero a lunga durata d’azione. Da luglio il farmaco è entrato nella pratica clinica e rappresenta una valida alternativa alle terapie classiche in pillole, da assumere tutti i giorni.

Per capire meglio come sta andando, ne ho parlato con il dott. Rossotti, che da luglio segue circa 40 pazienti in trattamento con CaRLA presso l’Ospedale Niguarda di Milano.

Dottore, che ne pensi di questo nuovo regime terapeutico?

È una vera rivoluzione. È l’ultima grande novità riguardante la terapia per HIV. È un vero cambio di paradigma nella gestione dei pazienti con questa infezione.
CaRLA può avere enormi ricadute sulla qualità della vita delle persone e sulla soppressione virologica. Può essere una terapia di ideale sia per quelle persone con Hiv che già vanno bene nella gestione dell’infezione, ma anche per chi fa fatica ad assumere le terapie classiche per bocca e non è aderente, con il risultato di blip viremici (ovvero quando la carica virale, ha degli scostamenti dalla non rilevabilità, con il rischio di creare delle resistenze al farmaco).

A chi proponi questa terapia?

A tutte quelle persone che dal punto di vista virologico possono farlo. Su 180 pazienti visti in ambulatorio da luglio ad oggi, il 20% ha accettato di intraprendere il percorso con CaRLA. Solo un 15% risulta non eleggibile, ovvero con una genotipizzazione (profilo delle resistenze) del virus resistente a questi farmaci. Le persone che hanno rifiutato sono invece un 10%, mentre il 20% ci sta pensando.
Alle restanti persone, devo ammettere che non l’ho ancora proposto. La parte di counseling per spiegare in cosa consiste e tutti i pro e contro è impegnativa e ha bisogno di parecchio tempo da dedicare al paziente.

Per quale motivo alcune persone non accettano il cambiamento?

Direi che le principali motivazioni sono due: qualcuno rifiuta per la difficoltà nell’andare in ospedale 6 volte l’anno per la somministrazione del trattamento, altri perché ritengono il regime in pillole confortevole, e non trovano vantaggioso il cambio di somministrazione.

Mi aspettavo che la maggiore adesione ci sarebbe stata da persone con una storia di Hiv breve (0-3 anni). In realtà, nella pratica clinica, sto riscontrando che queste persone sono più legate alla pillola e meno propense al cambiamento, hanno più paura nell’abbandonare le pillole.
La maggiore adesione è stata invece quella dei pazienti con una storia di Hiv media (7/10 anni), che ci riportano una vera e propria fatica nell’assunzione quotidiana della terapia, per aspetti legati al ricordo quotidiano alla patologia.

Anche persone con polypharmacy, ovvero che assumono quotidianamente terapie per varie patologie, stanno chiedendo di passare a CaRLA, per liberarsi dal ricordo quotidiano della positività al virus.

Come avete lavorato dal punto di vista organizzativo?

La somministrazione di CaRLA avviene tutti i giorni su appuntamento, e lo switch con il vecchio regime avviene quando il paziente ha terminato la terapia per bocca che aveva a casa. Per le persone che arrivano da un regime terapeutico molto differente, si prescrive un mese di terapia CaR per bocca in modo da evitare eventuali effetti avversi in caso di allergie o intolleranza.

Stimando le persone eleggibili virologicamente e chi vorrebbe cambiare regime, allo stato attuale, senza implementare personale sanitario addetto alle somministrazioni, riusciremo però a soddisfare solo 2/3 delle richieste.

Quali sono le prospettive per il futuro?

Credo che nel medio termine l’obiettivo sia di arrivare a tutte le persone che hanno eleggibilità a questo regime, garantendo a tutti quelli che lo desiderano l’accesso alla terapia innovativa.
Comprendo la fatica organizzativa, che sta rallentando il processo di cambiamento, ma dobbiamo aumentare le risorse, sia nei grandi che piccoli centri ospedalieri, al fine di garantire l’accesso a CaRLA: tutte le persone eleggibili meritano l’offerta e la possibilità di scegliere.

 

CaRLA: la prima terapia per l’HIV a lunga durata è finalmente disponibile in Italia
Molte persone stanno chiedendo di passare a CaRLA per liberarsi dal ricordo quotidiano della positività al virus.

 

Per capire l’impatto di CaRLA nella vita di una persona con Hiv, ho intervistato Dante, milanese di 36 anni positivo dal 2015. Dante ha cominciato il nuovo trattamento long actiong nel mese di ottobre.

Dante, come mai hai deciso di passare a una terapia long acting?

Il medico mi ha proposto il LA durante la visita di controllo, mi ha spiegato in modo dettagliato i pro e contro. Non avevo difficoltà a prendere le pillole, perché erano parte della mia routine, ma visto il mio stile di vita e il mio lavoro, che mi fa viaggiare molto, dal punto di vista logistico e organizzativo il fatto di non assumere più la terapia quotidianamente mi è molto comodo.
Andare 6 volte in ospedale invece che 4 volte l’anno, non mi cambia poi più di tanto.
Credo che sia fondamentale il rapporto di fiducia che ho con l’infettivologo e anche con il centro clinico. Mi sento a casa e protetto, e non è ostacolante per me andare lì.

Dal punto di vista pratico come è andata?

Il medico mi aveva spaventato paragonando la terapia all’iniezione di penicillina. In realtà, sul momento, l’iniezione è stata una passeggiata. Ho avuto un forte dolore ai glutei la sera stessa, tanto che facevo fatica a stare seduto, che però è scemato a partire dal giorno seguente. Nel giro di 4 giorni non ho più avuto nessun fastidio e sono tornato alla normalità.

Dal punto psicologico come te la sei vissuta?

Le pillole antiretrovirali, in qualche modo, rappresentavano per me il contatto pratico quotidiano con l’infezione da Hiv, nel bene e nel male. Se da una parte mi ricordavano la patologia, dall’altra erano il motivo per cui stavo bene e non ero nemmeno più infettivo.
Nei primi giorni ero un po’ stranito dal fatto che non dovessi più prendere la pillola. Ma in poco tempo non ci ho più pensato, e mi sono sentito molto più leggero nella gestione dell’infezione.

 

A pochi mesi dall’arrivo in Italia, sono ancora poche le persone con Hiv che sono passate a CaRLA. La terapia a lunga durata d’azione rappresenta un cambiamento importante nella gestione dell’infezione da Hiv e soprattutto è una vera innovazione: toglie il contatto quotidiano con il ricordo della positività al virus e può aiutare le persone che faticano a essere costanti nell’assunzione giornaliera della terapia a migliorare l’aderenza al trattamento.

Spero che presto sarà disponibile per tutte quelle persone eleggibili che vorranno passare a questo regime e che eventuali problemi gestionali non rallentino l’implementazione di questa grande rivoluzione.

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