Anatomia del miracolo, misteri e napoletanità di una trans devota

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Da vedere il trittico mist(er)ico di Alessandra Celesia con una transessuale fedelissima della Madonna dell’Arco.

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Esce alla chetichella, in una manciata di sale sparse per la penisola, per cui bisogna cercarlo. Ma non perdetevelo, perché è uno dei più intensi e significativi documentari italiani dell’anno, e vi farà pensare. Stiamo parlando di Anatomia del miracolo, gioiello cine-barocco scritto e diretto da Alessandra Celesia, trittico al femminile il cui cuore è il culto della Madonna dell’Arco, Vergine Immacolata con un misterioso livido blu sulla guancia sinistra che genera miracoli.

Le tre donne protagoniste del film non s’incontrano mai, e non possono essere più diverse l’una dall’altra: Fabiana è una transgender appariscente dalla pelle di porcellana, si prostituisce di notte (“Adoro la notte, il suo silenzio, quando non c’è nessuno”) ma sogna di andare a Parigi e a Nizza (“Dove c’è il mare più bello che c’è”) e di giorno coordina un gruppo di fedeli della Vergine vestiti rigorosamente di bianco; Giusy è una ragazza disabile e semicieca, atea, che vive di fronte al santuario della Madonna dell’Arco ed è un’antropologa esperta in culti mariani: fa fatica ad accettare la propria condizione e il suo rapporto con la Vergine è problematico; Sue è una pianista coreana innamorata delle mille chiese di Napoli, nipote di una nobile della dinastia Li, dà lezioni gratis ai bambini di un quartiere difficile che un gruppo di suore tenta di salvare dalla strada. Ciascuna ha un approccio differente con la religiosità – dalla totale adesione allo scetticismo passando per una sorta di fascino estetico della coreana Sue – e viene resa benissimo la miscela di arcano e misterico di un culto palpitante e sanguigno, al punto che la Madonna dell’Arco viene rappresentata seduta calmissima sulle pendici del Vesuvio infuocate di un mare di magma. La scena più bella per forza espressiva è proprio la processione del lunedì in Albis in cui i fedelissimi della Madonna dell’Arco giungono al santuario scalzi, strisciano umili verso la statua della Madonna, urlano, si contorcono, pregano convulsamente, invocano il miracolo, svengono, vengono sorretti dai volontari: un rito estremo profondamente sentito e fascinosamente vitale nella sua teatralità. E dimostra anche l’accoglienza tutta partenopea nei confronti del mondo trans, soprattutto se inserito in una comunità devota i cui riti fanno da vero collante sociale.

Questo film è nato come una soap opera senza copione e senza story bord di partenza – spiega la regista – dove lasciando spazio allimprovvisazione della vita vera, i personaggi hanno finito per trovare da soli la rotta. Se ha limpianto di una commedia, perché a Napoli non si può sfuggire al genere, è con la freddezza del cinema danese che ho abbordato il soggetto. De Filippo è stato il mio punto di riferimento, loscillazione continua tra veglia e sonno, realtà incarnata nelle nostre aspirazioni più intime. Se poi sono riuscita a portare un podi Chekhov nei dialoghi sospesi e nei silenzi, i miei sogni nel cassetto sarebbero definitivamente esauditi. Protagonista assoluta è La Vergine dellArco, con il suo livido e il suo dolore: lei fa da filo conduttore al film, appare e scompare diventando simbolo o presenza magmatica secondo le esigenze. Gli altri sono comparse con aspirazioni da protagonisti e il ruolo principale se lo meritano tutti: rappresentano a pieno titolo le sfaccettature di un Paese intero che in quella città si rispecchia. Ogni personaggio è metafora, ogni vita è un tassello del puzzle”.

Anatomia del miracolo è stato presentato al Festival di Locarno e ha vinto il prestigioso premio Les Etoiles de la Scam. Esce in questi giorni nelle seguenti città: Milano, Roma, Urbino, Bologna, Genova, Torino, Matera, Candelo (Biella), Brescia, Padova e Napoli.

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