Lezioni di felicità… e ripetizioni di gayezza

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Una garbata commedia (zucche)rosa in stile Amélie su un'ingenua commessa innamorata di uno scrittore celebre. Purtroppo il personaggio del figlio gay parrucchiere ricalca gli stereotipi del genere.

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In tempi cupi e incerti quali quelli in cui viviamo, ben venga una gradevole, ottimista, svagata commedia francese, Lezioni di felicità, opera prima di uno scrittore e autore teatrale ben noto oltralpe, Eric-Emmanuel Schmitt, ma pressoché sconosciuto da noi se non per la sceneggiatura di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano.

L’impronta è ben riconoscibile, quel misto di ingenuità e fiabesco desiderio di fuga onirica che era l’ossatura di realismo magico in Il favoloso mondo di Amélie, qui nella versione adulta e proletaria: Odette Toulemonde (letteralmente il cognome significa "chiunque") è una vedova sulla quarantina, solare e sempliciotta, commessa nel reparto cosmetici di un grande magazzino a Charleroi, asettica provincia belga, e costretta a integrare il magro stipendio cucendo piume sui costumi delle ballerine di rivista. Vive in un modesto appartamento di periferia con i due figli, la disoccupata e mascolina Sue Ellen (!) che ha fatto insediare in famiglia il rozzo fidanzato, e il disinibito Rudy, parrucchiere gay dichiarato che non esita a portarsi gli amanti in casa con la tacita approvazione mista a rassegnata arrendevolezza della comprensiva mammina. La placida Odette ha un’unica grande passione oltre alle bambole kitsch e ai poster con tramonti tropicali, ossia i libri rosa di uno scrittore popolare e bersagliato dalla critica, Balthazar Balsan, con cui non riesce a spiccicare una parola quando finalmente lo incontra di persona per farsi autografare l’ultimo romanzo. Ci riprova con una melensa lettera d’amore che farà inaspettatamente breccia nel cuore dell’autore in crisi perché cornificato dalla moglie e disprezzato dal figlioletto preso in giro per gli sbeffeggiamenti televisivi di cui è vittima Balthazar.

La prima mezz’ora del film ha ritmo e grazia, leggero come una piuma nell’ironizzare sia sulla pacchianeria del mondo di Odette sia sulla superficialità di quello dello scrittore; poi sbanda un po’ senza sapere bene che direzione prendere (la svolta drammatica è giustapposta) e, onestamente, i curiosi inserti surreali in cui Odette si libra in volo alla Mary Poppins o canta Josephine Baker in sincrono con Rudy in gonnellino di banane – Otto donne e un mistero è dietro l’angolo – risultano alla lunga un po’ stucchevoli.

E, ahimé, il figlio gay non è poi esente dagli stereotipi più inveterati sulla categoria coiffeurs – ama danzare e ha le unghie dei piedi laccate – ma perlomeno viene connotato in maniera positiva come il "consigliere" di famiglia a suo modo risoluto e realizzato (il funzionale Fabrice Murgia lo interpreta con discreta finezza tenendo a freno l’esuberanza del personaggio, in modo da ridurre così alcuni tratti effemminati). Il cuore pulsante di questa graziosa commediola, a patto di accettare l’inevitabile melassa di fondo, resta comunque l’azzeccata protagonista, una misurata Catherine Frot – era l’insegnante di pianoforte sedotta da un’allieva nell’intrigante La voltapagine – che conferisce il giusto garbo alla sua Odette fermandosi sempre un passo prima del ridicolo e del camp. Più scialbo Albert Dupontel nel ruolo dello scrittore, ma il ruolo abbastanza scomodo non prevede grandi guizzi.

Particolarmente riusciti sono alcuni personaggi secondari quali i vicini scambisti fanatici di fitness – la battuta sulle bistecche che Rudy preferisce mangiare riferito ai fisici scolpiti è da antologia – e nientemeno che Gesù Cristo in apparizione quotidiana e miracolista a Odette desiderosa di sapere come gli sta andando la vita (guarda caso è dubbioso solo nel finale!). 

Musiche del nostro Nicola Piovani, già premio Oscar, ma non si direbbe.

Si può vedere.

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