Gianna Nannini si candida al Quirinale. Perfetta per l’Italia del “Si fa ma non si dice”.

Non ha mai fatto nulla per diritti in Italia. Un modo per restare sulle pagine dei giornali e far parlare di sé.

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Se la musica italiana, come si dice, è lo specchio dello spirito popolare italiano, si prenda Gianna Nannini prima, durante e soprattutto dopo il suo “coming out”, la si immortali in tutta la sua paurosa perdita di popolarità e ci si chieda se sia effettivamente adatta a rappresentare l’Italia.

Con un video postato su Instagram la rocker senese si è candidata “ufficialmente” a Presidente della Repubblica per succedere a Sergio Mattarella, nell’ambito del dibattito sull’opportunità di una figura al femminile per il Quirinale. “Colgo quest’occasione di una voce al femminile come Presidente della Repubblica – dice nel video sul suo profilo – e mi candido ufficialmente alla presidenza della Repubblica Italiana”.

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Una boutade. Nessuno si candida al Quirinale. Un modo per restare sulle pagine dei giornali e far parlare di sé.  Ne approfittiamo per interrogarci sullo star-system italiano e sulla capacità di alcuni personaggi di uscire da schemi pre-costituiti e incidere nel dibattito pubblico a favore della comunità Lgbt+.

Guardando il video non possiamo non ricordare che Nannini è il simbolo perfetto del conformismo nazionale, dell’ipocrisia cattolica, del privilegio e dell’omotransfobia coltivata e amorevolmente gestita. Una vita applicata al metodo cattolico, quello che pare essere vincente se si vuole fare carriera: fate tutto quello che volete nel chiuso delle vostre case.

Basta voltarsi indietro e guardare agli ultimi anni.

Nel 2017, ad esempio, dopo decenni di carriera e segreti che non lo erano, decide di fare coming-out nella sua biografia “Cazzi Miei”. Annuncia così il trasferimento a Londra con la compagna Carla e la figlia Penelope.

Mi ci trasferisco con Carla e Penelope. Non ci sono leggi, in Italia, che mi garantiscano cosa succederebbe a Penelope se me ne andassi in cielo. Quindi me ne vado in questo Paese, l’Inghilterra, dove sono rispettata nei miei diritti umani di mamma.

Le unioni civili compievano un anno, dopo anni di lotte e battaglie perse. Ma nelle cronache di questa storia inciampata e difficile, non si rintracciano interventi a favore da parte della cantante di “Fotoromanza”. Quella dichiarazione fu così stonata che mosse all’unisono il movimento Lgbt+. Basti ricordare il presidente di Equality Italia, Aurelio Mancuso, che commentò: “Gianna Nannini si trasferisce a Londra perché in #Italia non è tutelata sua figlia. Avesse mai mosso un dito per i diritti civili…bye”. Oppure Alessia Crocini, oggi presidente di Famiglia Arcobaleno che scrisse: “A Gia’ ma tu ‘ndo cazzo stavi mentre noi lottavamo per veder riconosciuti i diritti delle bambine e dei bambini come Penelope?”

Ricordiamo che all’epoca le voci dello star-system italiano si sono unite alla causa Lgbt+: dai fiocchi arcobaleno sul palco dell’Ariston, alle varie manifestazione per una legge che tutelasse le famiglie omogenitoriali. Ma nel 2016, quando in piazza con “Svegliati Italia” si chiedevano diritti per le coppie omosessuali e i loro figli, Gianna Nannini era assente. Presenti Emma Marrone, Paola Turci, i contribuiti di Tiziano Ferro, Carmen Consoli.

Nel 2019 Gianna Nannini ritorna sulla questione con un’intervista sulle pagine di Vanity Fair per dire: “il coming-out ghettizza”.

Al termine “coming out”, che ghettizza, ho sempre preferito la parola libertà. Alla parola gay, che ti pretenderebbe felice e ormai non usano più neanche in America quando indicono un pride, preferisco frocio. Chi è libero nel linguaggio è libero dentro.

Opinione personale. Libertà di pensiero, potremmo dire perché il coming-out non è un obbligo, chi non lo fa deve avere il diritto di vedere sempre rispettata la propria scelta.
Ma farlo non “ghettizza”, anni di ricerca dimostrano che per una persona omosessuale dire «sono lesbica, sono gay», cioè fare coming out, è fondamentale per acquisire forza e fronteggiare la violenza omofobica. Ma non solo, la dichiarazione suonavano e suonano ancora totalmente fuori tempo con gli adolescenti di oggi che ascoltano Troye Sivan, Lil Nas X, Halsey, Kim Petras, Imagine Dragons, Harry Styles, Ariana Grande, Tiziano Ferro, Michele Bravi quindi gay, lesbiche, bi, trans, alliance in uno scenario totalmente accogliente. L’immagine plastica di un’Italia divisa in due che viaggia su binari che portano in direzione opposta: uno verso il futuro, l’altro verso il baratro del passato.

Totalmente silente sul ddl Zan, Gianna Nannini, come molti artisti italiani, si richiama alla libertà della rocker che non deve adeguarsi mai. Ma il rock è sempre stato un’altra cosa: anticonformismo, libertà, ribellione al sistema, controcultura. Mentre i toni e i modi della cantante nel parlare del proprio privato rimandano più a una vecchia nenia decrepita, adoperatissima, abusatissima. A uno stile di vita borghese che puzza di sagrestia e rivela solo la iattanza, la mancanza di cultura e il terrore di perdere privilegi.
Gianna Nannini resta, proprio per questo motivo, il nome perfetto per il Quirinale. In grado di rappresentare quell’Italia conformista, bigotta, omofoba, pre-europea e incapace di pretendere la propria fetta di difesa dei diritti.  Cioè quello che è oggi l’Italia al potere, peccato che proprio Nannini ce lo abbia ricordato.

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