Aborto, in Italia 7 dottori su 10 non lo praticano perché cattolici e obiettori di coscienza

L'Italia viola due articoli fondamentali della Carta Sociale Europea.

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Oggi lǝ americanǝ si sono svegliatǝ in una realtà distopica, che ci trasporta a 50 anni fa, in un’epoca in cui l’aborto non era lontanamente un diritto garantito, ma anzi, un orribile crimine.

Un’epoca di oscurantismo e di vergogna, in cui una persona incinta oggi, in uno dei paesi economicamente più avanzati al mondo, dovrà ricorrere a operazioni illegali – ma soprattutto pericolose – per interrompere una gravidanza non voluta.

Ma mentre osserviamo impotenti lo svolgersi di questi eventi, le proteste, il dolore di un popolo a cui viene negato un diritto fondamentale, possiamo davvero dirci al sicuro nel nostro paese? Le ultime dichiarazioni di alcune figure politiche prominenti nella fascia conservatrice al Governo potrebbero farci pensare il contrario.

Primo su tutti, il senatore leghista Simone Pillon, che definisce l’abrogazione della Roe V Wade una vittoria sull’aborto, dichiarando:

Ora – sottolinea – portiamo anche in Europa e in Italia la brezza leggera del diritto alla vita di ogni bambino, che deve poter vedere questo bel cielo azzurro. Lavoreremo per questo, senza metterci contro nessuno ma restando dalla parte delle mamme, dei papà e dei loro bambini».

 

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L’obiezione di coscienza per l’aborto in Italia

Nel concreto, c’è un aspetto legislativo fondamentale che spesso trascuriamo in merito al diritto all’aborto in Italia: l’obiezione di coscienza. La legge dà infatti a ginecologi e professionisti in ambito sanitario di dichiararsi obiettori di coscienza.

Il che significa che, ovunque, un ginecologo può rifiutarsi di fornire a una persona incinta un’operazione che la legge italiana in teoria garantisce, per questioni morali e religiose. Il diritto italiano tutela, di fatto, un cavillo che ha il potenziale di eliminare in tantissime aree geografiche l’accesso all’aborto.

Aveva fatto scalpore proprio a inizio anno il caso di una cittadina della provincia di Torino, Ciriè. L’ospedale qui è un punto di riferimento per tantissime comunità rurali circostanti, ed è proprio per questo che in molti avevano protestato il fatto che esso fosse una delle 31 strutture in Italia a non garantire l’interruzione di gravidanza volontaria. Il 100% dei medici è infatti obiettore.

Naturalmente, l’obiezione di coscienza non può essere invocata nel caso in cui l’intervento sia essenziale per salvare la vita di una persona in pericolo di vita, ma il problema rimane comunque estremamente grave, e inficia sulla libertà e la sicurezza di tantissime persone.

L’Italia tiene traccia ogni anno del numero di medici obiettori di coscienza, e secondo i dati del Ministero della Salute, negli ultimi anni, c’è stato un incremento significativo del numero di ginecologi che si rifiutano di fornire l’intervento d’interruzione di gravidanza per ragioni morali o religiose.

Secondo il rapporto di LAIGA 194, Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della legge 194, oggi, la proporzione è di 7 ginecologi su 10 tra quelli che operano negli ospedali pubblici: il che significa che spesso una persona incinta si trova a dover tornare più volte e sperare di trovare un medico che non rifiuti ancora una volta di svolgere la procedura, spesso in un ambiente giudicante e poco propenso a tenere conto della sua situazione psicologica, sociale ed economica.

Tra le regioni che mostrano i numeri più preoccupanti troviamo il Molise – con il 92,3% di obiettori – e la provincia autonoma di Bolzano – con l’87,2%. Il che significa che tantissime persone devono effettivamente spostarsi di regione per riuscire a intervenire in tempo ed evitare di sorpassare i 90 giorni limite. Ma, alle volte, non è abbastanza.

Durante la pandemia – in cui la pressione sul servizio sanitario nazionale era già al limite – diverse donne non sono riuscite ad accedere all’IVG, e sono state costrette a portare avanti una gravidanza non desiderata perché respinte da più ospedali – magari dopo un fermo di due settimane dopo un contagio. La procedura è troppo lunga, e gli obiettori sono troppi.

Ed è un serpente che si morde la coda, perché la situazione non può che peggiorare: alcuni medici non obiettori hanno scelto di passare “al lato oscuro” perché sommersi da richieste, oppure perché la loro condizione arrivava a privarli d’importanti opportunità di carriera.

Questo è imputabile al fatto che – in Italia – tantissimi primari provengano da università cattoliche prestigiose, e che riescano a imporre, seppur velatamente, una morale a causa della quale i medici che non vi si allineano vengano spesso emarginati e discriminati.

Per questo motivo, la Commissione Europea esorta da anni il nostro paese ad agire contro questo fenomeno, arrivando a confermare il fatto che l’Italia sia uno dei paesi europei in cui il diritto all’aborto non sia davvero pienamente garantito.

L’Italia viola infatti due articoli fondamentali della Carta Sociale Europea, nello specifico:

 

  • Il diritto alla salute delle donne che vogliono abortire (art. 11)
  • Il diritto al lavoro e alla dignità dei medici non obiettori di coscienza a causa della differenza di trattamento e delle discriminazioni

Il che ci porta a considerare l’idea che – sebbene in termini diversi – i nostri diritti non siano tutelati come crediamo, e che la realtà dellǝ americanǝ non sia tanto lontana dalla nostra. Ma quali sono davvero gli impatti devastanti della criminalizzazione dell’aborto, e le zone d’ombra che spesso ignoriamo?

La criminalizzazione dell’aborto riduce davvero il numero di procedure?

Le ricerche hanno dimostrato che la criminalizzazione dell’aborto o – in generale – le varie limitazioni imposte non riducano affatto i numeri delle procedure svolte, ma piuttosto la sicurezza degli ambienti in cui vengono praticate.

Infatti, è addirittura un controsenso: si stima che nei paesi in cui l’aborto risulta illegale, l’incidenza delle procedure – spesso fatali o con complicanze gravi – sia addirittura maggiore rispetto ai luoghi in cui l’IVG è legale è sicura.

Si stima che a livello globale ogni anno 47.000 persone perdano la vita a causa di procedure pericolose, e tantissime altre subiscano invece conseguenze irreparabili sulla loro salute fisica e mentale.

La criminalizzazione dell’aborto è figlia d’ideologie politiche e religiose che spesso celano una volontà reale di controllo sul corpo delle donne, e non è nessun modo fondata su evidenze scientifiche.

La conclusione devastante, seppur ovvia, è che nessun diritto sia al sicuro da nessuna parte, e ciò che sta succedendo in America ne è la prova lampante.

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