Contro il dogma della famiglia naturale: cosa stiamo imparando dalla cronaca nera

Allontaniamoci dall’idea tossica della famiglia basata sulla biologia, innalziamo gli standard civili e morali, indipendentemente dalle identità sessuali.

Di nuovo Campania. Di nuovo una tragedia che ha nella famiglia i suoi presupposti, ideali, sociali, emotivi. Dopo il caso di Caivano e il dossier choc presentato dal Garante per i minori della Campania, di cui vi abbiamo parlato nei giorni scorsi (anche per la clamorosa mancata collaborazione della Curia napoletana), con il caso della sedicenne violentata in provincia di Salerno da un gruppo di cinque ragazzi tra i 15 e i 17 anni è chiaro che i rapporti tra i sessi in questo paese sono afflitti da qualcosa di profondamente disturbante. Qualcosa che riguarda certo i singoli individui coinvolti nelle vicende in questione ma che è anche alimentato dalle dinamiche familiari, dinamiche che potremmo definire “tradizionali”.

Quello che ci si spalanca di fronte è uno scenario che vede sempre più le famiglie sprofondare in un vuoto morale e affettivo, difficilissimo da trattare, per il quale a malapena si riescono a prendere provvedimenti singoli, circostanziali. I cinque minorenni campani che hanno violentato a turno per almeno due ore in un garage la sedicenne, costringendola ad avere un rapporto completo dopo l’altro, sono stati arrestati, sconteranno la loro pena e verrà fatto tutto quel che occorre –  si spera – per gestire al meglio la delicatissima situazione. Ma la penosa provocazione che questo gesto solleva rimane tutta. E ci interpella.

Questi ragazzi definiti “perbene”e “normali” da famiglie e conoscenti, di cosa son stati nutriti culturalmente, emotivamente? Bisogna arrendersi a queste catastrofi affettive che sempre più riempiono le pagine di cronaca nera? Bisogna accettare che cinque ragazzi possano agguantare per strada una coetanea e solo perché sono maschi, quindi più forti, possano usare il suo corpo per eccitarsi e sentirsi potenti e godere, nonostante il dolore, la vergogna, il rifiuto di lei?

Oltre il fatto in sé che indigna e fa male, chi ha seguito la vicenda si è imbattuto in un oltraggio ulteriore. I genitori, nel maldestro tentativo di tutelare i figli, hanno sminuito l’entità di quanto compiuto, parlando di “ragazzata” e, come spesso accade in questi casi, si è finito col parlare di un possibile consenso iniziale della giovane, di abiti succinti, di provocazioni e così via. Lo schema è sempre lo stesso: anche in caso di fatti del genere, la lettura è quella maschile, maschilista. L’uomo è detentore di libido e forza, le quali hanno sempre e comunque una loro “giustezza” naturale, tale dalla notte dei tempi. Quando questa dote naturale sfocia in violenza le ragioni devono essere cercate altrove, per esempio, nella donna che ha istigato, eccitato, che se l’è cercata.

Uno stupro, vorremmo scriverlo a caratteri cubitali, una “ragazzata” proprio non può esserlo. Mai. Certo i protagonisti in questa vicenda sono tutti molto giovani, ma le dinamiche sono oscure e inquietanti. Non è un gioco, una scemenza: la ragazzina che ha subito per ore le violenze porterà a lungo i segni degli abusi. Le letteratura specialistica sul tema e le testimonianze delle vittime hanno ormai portato a definire chiaramente la violenza sessuale come un delitto gravissimo contro l’integrità fisica e psicologica della persona. Un “omicidio senza cadavere”, come l’ha definito la filosofa statunitense Susan Brison.

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L’Italia in questi casi sa rivelare il suo volto peggiore: quello della tendenza a minimizzare, a reagire alla vergogna e al male con la maschera di Pulcinella, che sfotte, ridicolizza, svilisce il senso delle cose che succedono. Una tendenza a non prendere sul serio l’esperienza morale. Perché bisogna mantenere la reputazione, tornarsene a casa senza casini e pettegolezzi, mettere le gambe sotto al tavolo o la faccia davanti alla tv. Si è provato quindi a dire che “sono ragazzi”, che la giovane è una mezza puttana, che le cose sarebbero andate altrimenti: si sarebbero divertiti tutti insieme e poi lei avrebbe cercato di incastrarli, forse pentita di essersi concessa così generosamente. Nonostante non solo le accuse della vittima, ma anche i referti dei medici che l’hanno visitata appena accaduto il fatto portino inesorabilmente verso l’effettiva responsabilità del branco. Il nostro paese ha questo vuoto morale e affettivo sotto i piedi: un vuoto che viene coperto coi luoghi comuni e dalle piccole rassicurazioni sessiste e misogine. 

Le famiglie, i genitori che hanno risposto così all’accaduto devono proprio reggersi su riferimenti assai precari, fragilissimi. Che sono gli stessi riferimenti che si colgono in giro, per strada, nei luoghi della vita associata, in tutto quel micro insinuarsi nei rapporti tra i sessi di presupposti viziati, per cui all’uomo certe piccole volgarità sono sempre permesse, certe prerogative si sa che appartengono al corredo maschile e va bene così. Tutto ciò si palesa al massimo e può diventare tragedia soprattutto nei rapporti intimi. Nelle coppie, in famiglia, tra amanti.

Bisogna allora ripensare con urgenza la cultura familiare, sociale e affettiva di questo paese. Uscire dall’idea della famiglia tradizionale come unico legame sociale di espletamento dell’intimità, su cui gruppi di potere (come quelli d’ispirazione cattolica) tentano di esercita il controllo attraverso dinamiche come quelle del patriarcato, della vergogna, dell’omertà. È ora di dissolvere i preconcetti di genere. 

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Ovviamente è assai più facile a dirsi che a farsi. Anche se sicuramente già la prevenzione e la decostruzione precoce degli stereotipi di genere, l’educazione all’affettività e alla cultura del rispetto sono ottimi punti di partenza. A patto però che si agisca per tempo e laicamente, fuori dagli inquinanti tabù e dalle censure di matrice cattolica che da troppo, troppo tempo cercano di silenziare il corpo e i suoi desideri, lasciando che questi covino nell’ombra, montino e infine erompano con brutale violenza. Spesso contro i più deboli. L’emergenza in atto è un’emergenza delle identità violate, perché i confini del corpo sono i confini dell’io. Quindi questi corpi abusati lo sono per l’effetto di attacchi che dovrebbero allarmare tutti per la loro portata simbolica e radicale, come quello del sesso come strumento di sopraffazione e umiliazione della donna, ma anche dei giovani e giovanissimi.

Il punto che mi sta più a cuore è un po’ questo: tutta la civilizzazione e la cultura e il diritto intervengono per rendere possibile qualche cosa d’altro dall’ordine “naturale” dei rapporti di potere. In natura il forte prevale sul debole, senza eccezioni. La donna è presa, i vecchi restano indietro, i deboli sono i primi a essere divorati dai predatori, quel che può succedere succede. Etica e diritto invece si manifestano come l’astensione da un potere che pure potrebbe essere esercitato. Che in natura, naturalmente, viene esercito.

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In questo senso la vita morale è sempre contronatura, si oppone alla natura, la supera, la trascende. È, per dirla con un’espressione evocativa ma da non fraintendere, soprannaturale.

Allontanarsi dal mito della famiglia naturale, per abbracciare quello della famiglia morale, della famiglia emotiva è, allora, uno dei rimedi possibili alla fragilità sociale che imperversa oggi. Andare verso un’idea di famiglia che non si accontenti affatto della sola natura, che anzi impari a rifiutare questo risibile standard. Perché è ora di dirlo: la natura non è affatto sempre un bene, anzi forse non lo è quasi mai. La natura è la stessa che ammala i nostri corpi e le nostre menti, che permette la sopraffazione fisica dell’uomo sulla donna, che insinua l’impulso alla violenza, che un giorno ci chiederà indietro il corpo che ci ha prestato per qualche decennio.

E d’altronde ormai in tutti i campi del fare e del sapere non si è forse scelto di andare contro la natura? Con la ricerca medica e scientifica, con la tecnologia, con le meraviglie della comunicazione, del web, dell’industria culturale: tutto questo è evidentemente contro natura, alterazione, modificazione, inversione dei rapporti “naturali”. Perché nelle relazioni molti ancora non sono riusciti ad accettare questa cosa? Apriamoci alla giustizia, lasciamo che crolli il regno della forza “naturale”. Allontaniamoci dall’idea tossica della famiglia basata sulla biologia, innalziamo gli standard civili e morali, indipendentemente dalle identità sessuali. Non sono tanto i corpi che contano, quanto ciò che tra essi avviene, perché siamo esseri culturali, ormai sempre meno naturali.

Per fortuna.