Che fine farà la legge contro l’omotransfobia, la misoginia e l’abilismo, ora che si è instaurato un nuovo governo con una nuova maggioranza? Ce lo chiediamo da mesi, e per quanto il DDL Zan sia una legge parlamentare e non governativa, i dubbi permangono. D’altronde con 3 ministri leghisti e 3 ministri di Forza Italia, e un Governo praticamente di centrodestra, il dubbio è lecito.

Chi si è già dato una risposta è Mario Adinolfi, che ha esplicitato il suo benvenuto a Marta Cartabia, vicinissima a Comunione e Liberazione, contraria ai matrimoni gay e “ministro Guardasigilli che controfirma ogni legge della Repubblica italiana. Una grande donna cattolica arriva ai vertici del governo del Paese. Il Pd ha pensato a accontentare i capicorrente, l’area cattolica ha espresso piena parità di genere. Per il ddl Zan, intanto, ripassare la prossima volta“. Parole che hanno suscitato un dibattito social tra Adinolfi e i Sentinelli di Milano, da lui pubblicamente e gratuitamente attaccati (“vederli schiumare rabbia una piccola soddisfazione la offre“). Successivamente, via Globalist Adinolfi ha insistito, definendo “morta” la legge Zan.

La ministra Bonetti l’ha sempre supportata in maniera blanda. Non credo che questa maggioranza, politica solo in parte e che comprende al suo interno numerosi ministri contrari a quella legge, ricordo interventi in questo senso della neoministra Gelmini e l’intero partito della Lega, possa approvare tale legge. È contrastata da quasi la metà della compagine governativa.

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Purtroppo non ha tutti i torti, Bonetti in testa che negli ultimi 12 mesi non ha mai speso una parola pubblica sula legge, con Adinolfi che ha spedito persino un avvertimento a Renzi e ai renziani: “quando intendono rappresentare i cattolici, si ricordino che la Conferenza Episcopale Italiana è contro quella legge nelle parole molto nette a firma del Cardinale Bassetti“. C’è da dire che Adinolfi, ovvero mr. 0.6% alle ultime elezioni con il suo Popolo della Famiglia, disse la stessa cosa delle unioni civili, diventate legge nel 2016.

Detto ciò, il premier Mario Draghi non sì è ancora espresso in tal senso, con il Partito Democratico che ha chiesto l’approvazione rapida della legge anche in Senato, in un’inedita maggioranza che comprende “nemici politici” e fieri oppositori dei diritti LGBT. Tutto sta nel calendarizzarla a Palazzo Madama, dopo l’approvazione a Montecitorio dello scorso novembre, ma appare a dir poco fosco il futuro di una legge che l’intera comunità attende da quasi 30 anni. Finita la legislatura, si dovrà ricominciare dall’inizio. Dovesse essere modificata in Senato, si dovrà tornare alla Camera.

Il DDL Zan non è ancora morto, checché ne dica Adinolfi, ma necessita di una scarica di adrenalina che solo Draghi, appena insidiatosi, potrà infondergli con successo.

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