Schwa, binarismo e inclusione su Treccani.it: bisogna mettersi tuttə sullo stesso piano

Puntuale intervento sul sito dell'autorevole casa editrice.

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schwa non binario linguaggio
schwa non binario linguaggio treccani
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Il divulgatore scientifico Francesco Acanfora è intervenuto su Treccani.it, nell’ambito del dibattito “Lingua, grammatica e società: senza, con e oltre lo schwa” che la casa editrice ha aperto intorno al tema della lingua italiana a confronto con l’emersione del non binarismo come evidenza identitaria del contemporaneo.

Dopo le mediocri figure dell’Accademia della Crusca, un colosso istituzionale della lingua come Treccani si prende la briga di lasciare spazio al dubbio, aprire al dibattito. A differenza di tanti dinosauri destinati alla fossilizzazione delle proprie fragili certezze, per Treccani il tema è vivo, nella società come nella lingua. E nell’articolo di Acanfora, lo schwa (ə) illumina la grande questione che albeggia all’orizzonte: andare oltre il binarismo. E andare oltre l’inclusione.

Nel suo articolo, Acanfora non entra nel merito della questione linguistica, restando invece “sul carattere politico e identitario delle istanze che da più parti spingono verso un una lingua che sia maggiormente inclusiva nei confronti delle minoranze“.

Secondo l’autore del saggio autobiografico sull’autismo “Eccentrico” ( vincitore nel dicembre 2019 del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica Giancarlo Dosi), è necessario andare oltre l’idea di inclusione e parlare finalmente di “convivenza delle differenze“. Perché includere significa “chiudere dentro”, e le minoranze possono percepire l’inclusione come un gesto arbitrario e paternalistico delle maggioranze. Secondo Acanfora è da preferire il concetto di convivenza delle differenze come rispetto tra tutte le persone, a prescindere dalle proprie peculiarità e caratteristiche.

E anche quando si parla di lingua, e di schwa (ə) , secondo Acanfora bisogna andare oltre l’idea di linguaggio inclusivo, e invece cercare di “permettere la convivenza e la rappresentatività di tutte le differenze espresse dalla naturale variabilità di caratteristiche che chiamiamo diversità”.

Le parole hanno un peso e un ruolo nelle nostre vite, le parole sono più di una semplice trasmissione di concetti e informazioni, le parole – spiega lo studioso – hanno a che fare con l’identità di ciascuna persona.

Le persone possono incorrere in stati depressivi, bassa autostima, incapacità di realizzarsi o seguire i propri sogni, oppure – più banalmente, ma non così banalmente – i ragazzi possono andare male a scuola. Tutto questo può accadere – e accade, accade da sempre – quando la percezione di sé è a disagio con gli stereotipi discriminatori che caratterizzano la narrazione imposta dalla maggioranza.

Scrive Acanfora:

La rappresentazione che la società fa di noi, il modo in cui ci vede e ci descrive ma anche l’assenza di parole che possano definirci per chi sentiamo di essere, hanno un effetto concreto sulla nostra vita.

Per questo l’uso del maschile sovraesteso, tipico della lingua italiana come fosse un neutro, può creare disagio in molte persone non binarie o gender fluid o in chiunque non si identifichi nel binarismo di genere che domina la nostra cultura. Di più, anche molte persone che si identificano con il genere femminile possono – e non a torto – sentirsi a disagio con l’uso del maschile sovraesteso.

E la proposta dello schwa (ə) – scrive Acanfora – è semplicemente una proposta che fa emergere la questione, che molti vorrebbero eclissare, semplicemente cestinando lo schwa(ə) .

Il nocciolo della questione, a mio avviso, non è se lo schwa sia la soluzione ideale, ma la necessità aprirsi alla possibilità di sperimentare per far sì che la nostra lingua sia la lingua di tuttə, considerando che non si tratta di cambiamenti imposti da fantomatiche élite ma di spinte che arrivano dal basso, da chi parla e utilizza quotidianamente la lingua.

Il problema per Acanfora non è discettare su questioni linguistiche. Il problema è restare sordi a una necessità che emerge a gran voce da una parte della popolazione, minimizzando la richiesta semplicemente perché inagibile in termini linguistici.

Un messaggio del genere equivale a dire: tu non conti nulla; se la lingua che parli non ti rappresenta adeguatamente, oppure ti rende invisibile, dovrai conviverci perché per me la cosa non ha importanza.

Acanfora conclude che sì, i linguisti possono e devono manifestare le eventuali disfunzioni che lo schwa (ə) pone all’architettura della lingua – svolgono il  proprio lavoro – ma ciò che Acanfora sottolinea è quanto sia “benaltrista” il deserto di proposte alternative. Per lo studioso è sconfortante che non ci sia collaborazione alla ricerca di soluzioni condivise per una questione che per moltǝ è di fondamentale importanza, in quanto vitale per le proprie identità: è “il modo in cui noi permettiamo loro di esistere, anche linguisticamente”.

Bisogna mettersi tuttə sullo stesso piano, scrive Francesco Acanfora, bisogna considerare l’urgenza di reciprocità nel processo di convivenza delle differenti identità esistenti e non bollare come “frivolezze” quelle che invece sono richieste legittime. (gf)

L’articolo integrale di Francesco Acanfora su Treccani.it >

L’Accademia della Crusca respinge schwa (ə) e asterisco (*), ma noi dobbiamo andare oltre > 

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