Francesca Vecchioni “Sogno i nostri Diversity Media Award in prima serata sulla tv pubblica”

Alla vigilia della premiazione al Teatro Parenti a Milano, intervista alla Presidente: "Senza l'identità di genere, meglio rinunciare al DDL Zan".

Francesca Vecchioni "Sogno i nostri Diversity Media Award in prima serata sulla tv pubblica" - Francesca Vecchioni Gay.it - Gay.it
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Francesca Vecchioni "Sogno i nostri Diversity Media Award in prima serata sulla tv pubblica" - Diego Passoni Gay.it - Gay.it

Pochi giorni ancora alla sesta edizione dei Diversity Media Awards (qui le nomination), riconoscimenti che premiano i personaggi e i contenuti mediali che si sono distinti per una rappresentazione valorizzante ed inclusiva delle persone per genere e identità di genere, orientamento sessuale ed affettivo, etnia, età e generazioni, disabilità.

La serata-evento benefica ricca di ospiti e performance, condotta da Diego Passoni e Marina Cuollo, andrà in scena lunedì 19 luglio al Teatro Franco Parenti di Milano, per poi essere trasmessa in streaming TRULive giovedì 22 luglio alle ore 21.00 su RaiPlay e sui canali di Diversity e dei principali broadcaster italiani.

Oltre ai nominati e le nominate che potrebbero vincere, da Tiziano Ferro ai Ferragnez, da Alessandro Gassman a Bianca Berlinguer passando per Lilli Gruber, Giovanna Botteri, Michela Murgia, Alessandro Cattelan, la serata vedrà la partecipazione di Alba Parietti, Andrea Delogu, Ema Stockholma, Chiara Galiazzo, Debora Villa, Matteo Caccia, Rajae Bezzaz, Carlotta Vagnoli, Lidia Carew, Luciano Spinelli, Tia Taylor, Muriel, Papà per scelta, Luca Trapanese, Francesco Cicconetti, Karma B, Bellamy Ogak, Irene Facheris e Adrian Fartade.

Per l’occasione abbiamo intervistato Francesca Vecchioni, Presidente dell’Associazione Diversity.

Francesca Vecchioni "Sogno i nostri Diversity Media Award in prima serata sulla tv pubblica" - FrancescaVecchioni PresidenteDivrersity ph.Credit JordyMorell6 - Gay.it

Salto indietro nel tempo, prima della prima edizione: come è nata la preziosa idea dei Diversity Media Award e in quale tipo di ambiente è maturata?  

L’idea dei DMA è nata tra amici e amiche, dall’impulso che dovessimo fare qualcosa. Non esisteva allora un’organizzazione che si occupasse di questo aspetto. Mancava qualcuno che influenzasse in maniera positiva, cercando di lavorare culturalmente sull’immaginario collettivo. Guardando anche alla cultura LGBT, ai Pride, volevamo ugualmente arrivare a tutte le persone, riuscire a parlarci, senza rendere la problematicità bensì condividendo la bellezza. Al di là delle leggi, dei diritti, della politica, ciò che cambia il pensiero delle persone è conoscere le altre persone. Raccontare le storie di tutti e tutte è l’unica cosa che crea empatia, ridisegnando in positivo l’immaginario collettivo. Questo è potente quanto una legge. Come la Cirinnà. Allo stesso modo, la rappresentazione delle persone LGBT nei media, nell’informazione, mostra alle persone che non siamo alieni con quattro teste.

 

Francesca Vecchioni "Sogno i nostri Diversity Media Award in prima serata sulla tv pubblica" - Marina Cuollo Gay.it - Gay.it

Insieme a Diego Passoni, quest’anno l’evento sarà presentato anche da Marina Cuollo. Una scelta immensa e illuminante, complimenti. Vorremmo chiederle di raccontarla ai nostri lettori.

È stata una cosa buffa, perché il nostro staff aveva pensato a Marina. Poi il giorno in cui ho chiamato Diego, eravamo all’inizio, lo stesso pensiero era venuto anche a lui. Questo mi ha fatto capire che eravamo assolutamente in sintonia. Noi lavoriamo molto sul tema della disabilità, ribaltando l’immaginario collettivo. Non è semplice neanche per chi fa spettacolo avere accanto una persona che non è esattamente quello che ti immagini nei canoni della presentatrice. E invece Marina è esattamente quello che dovrebbe essere una presentatrice. Ironica, divertente, intelligente, pungente. Poi non è il suo mestiere, ma la forza di quello che facciamo noi è aprire alle opportunità, in modo che si abbattano barriere, pensare che i mestieri debbano essere perseguiti da chiunque.

 

Le decisioni dei DMA sulle candidature sono prese dal comitato scientifico? I premi invece come vengono assegnati? Riusciamo a spiegare ai lettori come avvengono queste decisioni di candidature e le successive assegnazioni?

Lo scopo dei DMA è valorizzare chi riesce a parlare in maniera rispettosa, rappresentando tutte le persone nei media. Il primo anno abbiamo coinvolto solo la categoria LGBT, perché ci siamo ispirati ai GLAAD Award, che sono nostri partner. Ma il nostro scopo era quello di allargarci, rendendolo intersezionale, arrivando a 5 aree. Orientamento, Genere e Identità di Genere, Etnia, Età e Disabilità. Per fare questo abbiamo creato un meccanismo ad hoc. Abbiamo utilizzato docenti, ricercatori e ricercatrici delle università, per fare un’analisi strutturata su una scheda, con dei punteggi. Scheda ogni anno ricontrollata da accademici e accademiche, mentre il team di analisi e ricerca guarda tutti i prodotti, mettendo dei punteggi a queste schede. Ma quali prodotti prendere in considerazione? È stato un lavoro di anni, prendiamo i prodotti segnalati dalle persone. Perché non mi interessa che una roba perfetta e responsabilissima vada in onda alle 04 del mattino su Rai4.  Correttezza e diffusione sono gli elementi cardine. La diffusione la garantiamo perché le segnalazioni arrivano dal pubblico, per poi analizzarle con le nostre schede. Quando questo processo finisce, i migliori finiscono in nomination. E quelle nomination diventano un megafono di una campagna di comunicazione, perché potranno diffondere il concetto dei DMA con i rispettivi fan. Per me tutti i nominati sono vincitori. A me non frega niente di chi viene a prendere il premio, è bello, la serata di premiazione è meravigliosa, ma i vincitori sono tutti i nominati, che orgogliosi rilanciano i DMA, diffondendo un messaggio di inclusione indispensabile al giorno d’oggi.

In che modo la comunità LGBTQ+ viene coinvolta dalla base? Viene coinvolta qualche associazione?

Proprio all’inizio, con la costruzione delle schede, abbiamo fatto un lavoro di condivisione con varie associazioni, non solo LGBT. Noi lavoriamo sempre a stretto contatto con loro. Il giorno della premiazione ci sono sempre le associazioni, al nostro fianco. Ma non sul palco, perché se mettessimo gli attivisti sul palco continueremmo a raccontarcela e a suonarcela tra di noi, come sempre. Noi cerchiamo persone che siano prima un’altra cosa, e poi anche attiviste. Che facciano il loro mestiere, mettendoci dentro l’inclusione. Perché serve ad aprire il più possibile a tutto il pubblico.

I DMA sono un evento organizzato da Diversity che è una no profit. Qual è la sua attività precisa? Lavora anche con le aziende?

Diversity è multipla. Lo scopo è quello di diffondere la cultura dell’inclusione, facciamo quello che può fare una no profit. Lo scopo è quello di riuscire ad influenzare i vari nodi, noi lavoriamo tantissimo per cercare di portare dentro le aziende un cambiamento.  Lo facciamo attraverso progetti di comunicazione e altri progetti come il Diversity Brand Summit, nato per misurare come le persone percepiscano l’inclusione nelle aziende aumentando i loro profitti. Cosa importante da non trascurare, perché il business crea benessere sociale. Non si può pensare che l’inclusione sia un costo, è un investimento per migliorare la società. Sono indici che abbiamo creato noi quattro anni fa, per far capire che è conveniente, oltre che dal punto di vista etico, anche sociale ed economico. 

Francesca Vecchioni "Sogno i nostri Diversity Media Award in prima serata sulla tv pubblica" - elodie Gay.it - Gay.it

Anche in questo 2021 tra i sei personaggi dell’anno (Ferragnez, Morandi, Elodie, Botteri, Murgia e Marchisio) non ce n’è uno dichiaratamente LGBTQ+. In 6 edizioni, mai un personaggio dichiaratamente LGBTQ+ ha “vinto” l’ambito riconoscimento. E’ una scelta?

Ricordiamo sempre che ci sono 5 aree che vogliamo trattare, e non una, ma non facciamo l’analisi dei personaggi rispetto a quello che rappresentano di per sè, ma a come lo comunicano, che è diverso. Questo è voluto. Chi consegna i premi è sempre un nostro portavoce, chiamiamo persone che possano rappresentare tutte le 5 aree ed è lì che hai la voce della rappresentazione. Il candidato è in nomination in quanto persona che ha comunicato un messaggio, e non perché LGBT.  Nella categoria influencer ci sono tante persone LGBT dichiarate. I personaggi dell’anno vengolo selezionati sulla base del messaggio che passano, e non di quello che rappresentano.

Se dovesse muovere una critica ai media italiani rispetto al trattamento riservato alla comunità LGBT, su quale fenomeno negativo punterebbe le sue osservazioni?

I media italiani hanno avuto un percorso di rappresentazione sulle persone LGBT in ritardo rispetto all’estero. Due decenni fa c’era solo l’elemento macchiettistico, poi diventato stereotipico, rimanendo sull’omosessualità maschile. Perché per decenni dell’acronimo LGBT+ i media italiani hanno considerato solo la G.  Il classico gay da salotto, che bisognava inserire all’interno di un talk, con caratteristiche poco maschili. L’immaginario è cambiato quando hanno cominciato a rendersi conto che esistevano anche le donne lesbiche. Ma il vero problema è la questione transgender. Noi non possiamo permetterci di rendere invisibili tutto un gruppo di persone, le nostre persone. E i media lo fanno. Le persone transgender sono rese invisibili. Miniserie come Butterfly, che dovrebbe essere la vera realtà narrata, sono invece luci nel deserto.

Nel pieno del dibattito politico sul DDL Zan, poi, la questione identità di genere è stata ulteriormente stuprata. Si dicono e/leggono atrocità.

Non esiste che si possa togliere la definizione identità di genere dal DDL Zan. Vuol dire cancellare le persone transgender. Abbiamo reso invisibili le donne per migliaia di anni, poi gay, lesbiche, i neri, e adesso siamo arrivati all’identità di genere.  Stai parlando con una mamma che ha dovuto assistere allo stralcio della tutela delle proprie figlie, ai tempi delle unioni civili.  Non voglio rivivere una  situazione come quella della stepchild adoption. Se va fatta, questa legge, va fatta giusta. In caso contrario non la facciamo. Fare una legge per escludere delle persone non ha senso. Diciamo di no, andremo avanti ancora così, ma non possono escludere le persone transgender. Non esiste. Quella tutela non la voglio io, se non ce l’hanno anche loro. Piuttosto non l’approvassero.

Il suo più grande sogno – anche il più irrealizzabile – per questa preziosa creatura che sono i DMA: ce lo racconta?

Ho tanti sogni, ma una cosa che pensavo più raggiungibile e mi meraviglio di non esserci ancora riuscita è farli vedere a tutti e tutte, andando in onda sulla tv generalista. Questi messaggi vanno mandati a tutte le persone, non solo alle nuove generazioni perché hanno una visione più fluida e aperta, ma anche alle persone più grandi, che non è vero che non sono in grado di accogliere simili messaggi.  Non farlo è un insulto per loro, è come dare per scontato che non possano capirli. È uno stereotipo legato all’età. Ho un doppio sogno. Mandare i DMA sulla tv generalista, e ne ho discusso anche con il servizio pubblico, e ampliare il discorso a livello internazionale. Mi piace che ci sia l’italianità alla base, lavorando sui pregiudizi, ma sarebbe bello esportarli.

 

 

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