La Francia ufficializza il divieto alle terapie di conversione (e in Italia nulla si muove)

Multe fino a 30.000 euro e due anni di prigione per i trasgressori che proveranno a "guarire" le persone LGBTQ+.

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Se la politica italiana se ne disinteressa, la Francia è diventato l’ultimo Paese al mondo ad aver ufficialmente vietato le cosiddette ‘terapie di conversione‘. Il voto parlamentare è diventato realtà il 14 dicembre, con 305 voti a favore e 28 contrari. Multe fino a 30.000 euro e un massimo di due anni di prigione per i trasgressori che attueranno “pratiche, comportamenti o commenti reiterati volti a modificare o reprimere l’orientamento sessuale o l’identità di genere, veri o presunti, di una persona e aventi l’effetto di nuocere al suo fisico o salute mentale”.

La ministra francese per le pari opportunità, Elisabeth Moreno, si è detta “molto felice di questo accordo”, sottolineando come “essere se stessi” non sia “un crimine”. “L’omosessualità e la transidentità non sono malattie che possono essere curate. Non c’è nulla da curare”.

Il dibattito politico francese ha coinvolto anche le cosiddette TERF, in guerra contro il divieto perché all’interno del testo contenente un riferimento all’identità di genere. Le attiviste femministe trans-escludenti hanno chiesto l’esclusione delle persone transgender dal divieto della terapia di conversione, perché a loro dire quel termine (identità di genere, ndr.) sarebbe “sfocato e mal definito”, introdurrebbe “confusione nel diritto” e minaccerebbe “i diritti” delle donne.

La relatrice del testo in Senato Dominique Vérien (Unione centrista) ha accolto con favore l’accordo raggiunto in commissione. “Sono felice perché questa legge tiene conto di questo fenomeno e lo definisce un reato”. Anche la senatrice socialista Marie-Pierre de La Gontrie ha voluto applaudire “il lavoro transpartisan su queste insostenibili pratiche che tuttavia esistono ancora in Francia”.

La Francia segue quanto già fatto da Brasile, Ecuador, Malta, Albania e Germania. Nel frattempo, altri 11 Paesi, tra cui Nuova Zelanda, Canada, Finlandia, Regno Unito, Messico e Spagna, stanno cercando di introdurre un divieto ad hoc. In Italia, come detto, tutto tace.

Le associazioni LGBTQ+ da tempo chiedono una legge specifica contro simili barbarie, senza ottenere reale interesse da chi siede in parlamento. L’ONU ha definito “torture” le terapie riparative, sottolineando come gli “effetti combinati del sentirsi impotenti e dell’estrema umiliazione” generino “profondi sentimenti di vergogna, colpa, disgusto di sé e senso di inutilità, che possono portare a una concezione di sé danneggiata e a cambiamenti duraturi della personalità”.

L’Italia non dispone di leggi che vietino tali pratiche nonostante in passato sia stata presentata una proposta a prima firma Sergio Lo Giudice, depositata nel corso della XVII Legislatura ma mai discussa.

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