Il Signore delle Formiche, recensione: Braibanti e una grande storia d’amore travolta dall’omofobia di Stato

Nel 1969 il poeta venne condannato a nove anni di carcere per 'plagio'. Un processo alla sua omosessualità ora diventato film grazie a Gianni Amelio.

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Il Signore delle Formiche, recensione: Braibanti e una grande storia d'amore travolta dall'omofobia di Stato - il signore delle formiche 1 - Gay.it

Già Leone d’oro nel 1998 alla 55ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia grazie a Così Ridevano, Gianni Amelio torna meritatamente in Concorso al Lido con uno dei suoi film migliori, Il Signore delle Formiche, liberamente ispirato al processo che negli anni ’60 fece scalpore in tutto il mondo. Il processo ad Aldo Braibanti, drammaturgo e poeta condannato a nove anni di reclusione con l’accusa di plagio, cioè di aver sottomesso alla sua volontà, in senso fisico e psicologico, un suo studente da poco maggiorenne. Un processo al suo essere gay, alla sua “condotta immorale”, per quanto l’omosessualità in Italia non sia mai stata criminalizzata, perché se Mussolini avesse osato metterlo nero su bianco avrebbe dovuto ammettere che anche nel nostro Paese esistevano gli “invertiti”. Tanto valeva spedirli al confino, in silenzio, dove nessuno avrebbe potuto vederli.

Nel 1969, anno passato alla storia per le rivolte studentesche, ponte tra un’Italia passata e un’Italia apparentemente futura, il Bel Paese vide alla sbarra il suo Oscar Wilde, ma con un secolo di ritardo. La famiglia di Ettore, giovane studente innamoratosi di Braibanti, lo rinchiuse in un ospedale psichiatrico e sottopose a 40 devastanti elettroshock, perché “guarisse” da quell’influsso “diabolico”. Costretto a confessare un “plagio” mai esistito, il giovane in aula negò tutto, ribadendo il sentimento condiviso, l’attrazione nei confronti di Aldo che mai l’aveva costretto a fare alcunché, ma la Corte vide quel repentino cambio di rotta come la dimostrazione plastica dell’avvenuta soggiogazione.

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Braibanti fu il primo e unico ad essere condannato per plagio, reato introdotto dal fascismo col Codice Rocco e cancellato nel 1981 dalla Corte Costituzionale. Il processo fece clamore, mobilitando intellettuali come Alberto Moravia, Umberto Eco, Pier Paolo Pasolini, Marco Bellocchio, Adolfo Gatti, Giuseppe Chiarie e numerosi altri intellettuali e uomini di cultura, con i radicali Marco Pannella ed Emma Bonino in prima fila, ma dopo 4 anni di processo la condanna a nove anni divenne realtà, per poi scendere a sei in appello. Braibanti scontò due anni di carcere, mentre i restanti gli furono condonati perché partigiano della resistenza.

Un processo all’omosessualità, quello andato in scena a Roma, che servì a mettere sotto accusa i “diversi” di ogni genere, i fuorilegge della norma. Amelio, co-sceneggiatore della pellicola insieme ad Edoardo Petti e Federico Fava, ha preso spunto da fatti incredibilmente realmente accaduti, raccontando una storia a più voci, dove accanto all’imputato Braibanti prendono corpo famigliari e amici, accusatori e sostenitori, nonché un’opinione pubblica colpevolmente distratta o indifferente. Solo un giornalista, Ennio Scribani, s’impegna a ricostruire la verità, affrontando sospetti e censure dal suo stesso giornale, l’Unità. Perché Amelio punta il dito anche contro la sinistra, quel partito comunista che all’epoca era attraversato dall’omofobia, che scaricò un suo ‘compagno’ lasciandolo solo al proprio destino, in quanto ‘pederasta’.

È un film tremendamente attuale Il Signore delle Formiche, titolo che si rifà all’Aldo mirmecologo, branca della zoologia che si occupa dello studio delle formiche, della loro evoluta vita sociale e di tutto quello che le riguarda. A due anni dall’uscita del premiato e acclamato documentario Il Caso Braibanti di Massimiliano Palmese e Carmen Giardina, attualmente disponibile su Prime Video, Amelio ha dato vita ad una straordinaria storia d’amore a tinte horror, segnata dalla violenza e dalla discriminazione, con un reciproco sentimento sottomesso al conformismo e alla malafede.

“Voler bene è una grande crudeltà”, diceva Braibanti ai suoi studenti, presagendo un dolore che ha poi segnato entrambi. Lui, poeta e drammaturgo, e un giovane poco più che 20enne, devastato da una famiglia ottusa, che preferì cancellarne ogni traccia pur di non vederlo felice al fianco di un uomo. La fuga verso Roma dall’Emilia da parte della coppia è in tal senso un salto nel giallo ocra di una Capitale tentacolare. Prima gli abbracci, i sorrisi, poi i primi litigi al termine di una festa dai fasti sorrentiniani in cui l’omosessualità straborda, afferra i propri eccessi, scioccando il poco più che ventenne che fatica a capire simili abiti, voci tanto femminili, un gesticolare a suo dire così gratuitamente appariscente. Amelio, registicamente parlando quanto mai ispirato, si regala piani sequenza e lunghe inquadrature fisse, ariosi carrelli e controcampi a specchio, senza mai cedere alla banalità, a quella sciatteria purtroppo troppo spesso padrona del cinema nostrano.

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Ad interpretare i due protagonisti due attori in stato di grazia. Luigi Lo Cascio è un Braibanti dolce e al tempo stesso ruvido, scontroso e amabile, innamoratosi di uno studente e per questo condannato alle patrie galere. Al suo fianco, dal niente, il regista ha trovato Leonardo Maltese, sorprendente esordiente negli abiti di Ettore, così credibilmente candido e sincero, in grado di non sfigurare dinanzi ad un mostro di conclamata bravura come Lo Cascio. Elio Germano, per una volta non protagonista, è la coscienza di un mestiere da tempo segnato, quello del giornalismo, piegato a diktat politici e sempre meno in grado di smuovere coscienze. Ma è tutto il cast ad eccellere. Anna Caterina Antonacci e Rita Bosello, negli abiti delle mamme di Ettore e Aldo, sono bravissime, per quanto diverse. La prima così accecata dall’odio e dalla vergogna, la seconda così educata e misurata nella gestione di un dolore insopportabile.

 

Come è stato possibile, come è potuto succedere qualcosa di simile nell’Italia di fine anni ’60? La domanda sorge spontanea, nei 130 minuti di visione de Il Signore delle Formiche, con Amelio che prova a concedere risposte adeguate raccontando un Paese di provincia, ancora oggi segnato dall’odio e dall’ignoranza, da pregiudizi e disprezzo per chi viene considerato ‘deviato’, ‘irregolare’, ‘diverso’, da guarire attraverso la preghiera a Padre Pio, con l’elettrochoc. Un’odissea per Braibanti, che non voleva essere visto né come mostro né come martire e che per questo motivo inizialmente tacque al proprio stesso processo (“non c’è niente da cui difendermi”), con i crismi della Santa Inquisizione. Il regista, gay dichiarato dal 2014, mostra la nascita di un amore, quello tra Aldo ed Ettore, la sua evoluzione, l’implosione dovuta all’intromissione della famiglia del giovane, il processo farsa, l’indifferenza di quasi tutta la classe politica, il coraggio nel ribellarsi ad un’ingiustizia che nel 1969 dai più non venne considerate tale, perché gli invertiti due strade potevano avere: “guarire o suicidarsi”. Uno sguardo al passato da tanti, troppi dimenticato, con vista sull’oggi segnato dall’odio istituzionale, in cui parlamentari della Repubblica applaudono felici il deragliamento di una legge contro l’omotransfobia.

Non è più tempo di subire né di tollerare qualunque forma di sopruso verso gli individui meno protetti”, dice oggi Amelio. “E questo film vuole infondere il coraggio di ribellarsi”. Un film importante, mai come in questo momento a dir poco necessario.

Voto: 7,5

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