Matteo Salvini è in caduta libera e diventa più feroce

Sarebbe un errore sottovalutare la presa che ancora oggi ha la destra nazionale nei confronti di buona parte del Paese.

matteo salvini donald trump giorgia meloni
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Il 26 maggio del 2019 la Lega otteneva un risultato clamoroso alle europee, strappando il 34,26% dei consensi nazionali. Matteo Salvini, all’epoca ministro dell’Interno nel Governo Conte I insieme al Movimento 5 Stelle, veleggiava sulle ali dell’entusiasmo. “Sono il Re del Mondo”, avrebbe gridato a Montecitorio abbracciato al proprio ego se solo avesse potuto, tanto dall’andare a sbattere contro un iceberg chiamato Papeete 74 giorni dopo, l’8 agosto del 2019, quando prese a picconate la maggioranza pensando di poter planare sulle elezioni anticipate e tornare al Governo in solitudine. Ma Salvini non fece i conti con l’oste Mattarella, l’oste Renzi e l’oste Conte, iniziando un lento ma inesorabile declino.

Nel momento in cui Donald Trump perdeva le elezioni USA contro Joe Biden, il principe dei sovranisti d’Italia ribadiva tutta la propria inadeguatezza politica con continue giravolte, dichiarazioni contraddittorie, stretto nella morsa dell’alleata Giorgia Meloni, che da allora ha iniziato a rosicchiargli consensi, e di Silvio Berlusconi, che ha cominciato con sempre più insistenza a guardare al ‘centro’ e al governissimo, mentre l’artefice della celebre ‘Bestia’ social salviniana, Luca Morisi, dava le dimissioni dopo aver organizzato un festino a base di escort e droga. Costretto a stare alla guida del Paese con i nemici del Pd e del Movimento 5 Stelle, Salvini è andato pesantemente a sbattere sul portone del Quirinale, dopo aver seminato disastri su disastri durante la settimana del voto presidenziale in Parlamento.

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Voluta la fascia da ‘kingmaker’, ha bruciato una ventina di nomi sull’altare del “votiamo un presidente di centrodestra”, tentando l’ennesima capriola notturna con un improbabile abbraccio ad Elisabetta Belloni in coabitazione con Giuseppe Conte, al grido “votiamo una donna”. Ma la direttrice generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza è durata meno di una notte, perché impallinata da Matteo Renzi in diretta tv, costringendo il capo leghista ad accettare ciò che fino a 10 giorni prima aveva definito inaccettabile. Un Sergio Mattarella Bis, ovvero lo stesso presidente della Repubblica che nel 2015 Salvini definì “catto-comunista”. Dal “nostro presidente” è rapidamente passato al “loro presidente”, al termine di una delirante settimana in cui il centrodestra ha impallinato prima la seconda pià alta carica dello Stato (Casellati) e successivamente colei che è a capo dei Servizi segreti. Da quel momento la coalizione ha smesso di esistere, implodendo.

Giorgia Meloni ha sbattuto porte in faccia a chiunque, anche perché consapevole di poter strappare altri voti dal felice scranno dell’opposizione, mentre Berlusconi ha iniziato a guardare a Renzi e Toti per un eventuale svolta centristra. E lui, Salvini, è rimasto da solo all’interno di un partito che sondaggi alla mano è ulteriormente sceso al 17%, ovvero a meno della metà di quel sorprendente 34,26% del maggio 2019. La notte dei lunghi coltelli in casa leghista è così iniziata, silenziosamente, con Salvini chiuso in casa a impastare pizza perché positivo al Covid-19 e Giorgetti, eterno nemico interno, pronto a fargli probabilmente le scarpe.

Dopo aver passato mesi a bombardare il DDL Zan, affossato con orgoglio dai suoi senatori anche se appoggiato dalla maggioranza degli italiani (sondaggi alla mano), il fu Matteo ha pagato in prima persona il pressapochismo suicida di un populismo d’opposizione da incastrare all’interno della maggioranza di governo, dando continui colpi a cerchio e botte, facendo così cadere la propria impresentabile maschera persino dinanzi al proprio elettorato. Simpatizzanti in parte fuggiti da quella Lega che Salvini resuscitò dalle ceneri del federalsimo bossiano, dopo aver passato mesi a dover sopportare un leader che occhieggiava ai no vax solo e soltanto per non lasciare campo libero all’amica/nemica Giorgia, che dalla sua ha almeno un briciolo di coerenza in più. Il Matteo leghista ha invece detto di tutto e di più dal 2018 ad oggi, ovvero dalla campagna elettorale per le elezioni nazionali in cui prometteva mare e monti se catapultato al governo (stiamo ancora aspettando il taglio dell’accise sulla benzina), snocciolando liste, rimangiandosi promesse, tornando su passi che annunciava definitivi.

Il ‘tocco magico’ del Salvini di allora parrebbe essersi finalmente disperso, tra un inciampo e un autogoal, replicando quanto vissuto dall’altro Matteo nel 2014, quando Renzi strappò il 40,81% dei voti alle Europee, prima di schiantarsi sull’ultimatum referendario (“se non passa mi dimetto”) e fondare un proprio partito che ad oggi si assesta tra il 2 e il 4% dei consensi. Se anche Matteo S farà la stessa fine di Matteo R lo scopriremo solo vivendo, ma certo è che la parabola politica dei due leader parrebbe essere l’una il prolungamento dell’altra. E se la coalizione di centrodestra si è “sciolta come neve al sole”, come amaramente confessato dallo stesso leghista, l’errore da non commettere sarebbe quello di sottovalutare la presa che ancora oggi ha la destra nazionale nei confronti di buona parte del Paese.

Tornato il sereno con FDI e Forza Italia la Lega riprenderà a picconare su tematiche ormai tristemente note, vedi migranti e diritti civili, rivitalizzando quella Bestia social che non a caso ha già ricominciato a menare fendenti. Perché mai come in questo momento Salvini è in crisi, criticato dai propri stessi alleati e compagni di partito,  ma come Donald Trump guarda al 2024 e ad un suo clamoroso ritorno alla Casa Bianca, il Matteo leghista non si farà certo tanto facilmente da parte. Anche perché, è proprio quando lo squalo è in trappola, e non ha più nulla da perdere, che bisogna rizzare le antenne dinanzi alla sua voracità e fame di consensi.

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