Monica J. Romano replica a Meloni: “Essere transgender non è un capriccio, basta narrazioni deliranti” – VIDEO

"Non è una cosa per cui ci si sveglia la mattina, non si sa cosa fare e ci si proclama uomo o donna. Non funziona così".

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Monica Romano
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Monica J. Romano, prima persona transgender eletta al Consiglio comunale di Milano nella storia della città, ha duramente replicato all’intervista rilasciata al magazine Grazia dalla premier Giorgia Meloni, contraddistinta da un’insostenibile transfobia.

Meloni ha parlato di “donne prime vittime dell’ideologia gender”, sottolineando come a suo dire oggi si rivendichi “il diritto unilaterale di proclamarsi donna oppure uomo al di là di qualsiasi percorso, chirurgico, farmacologico e anche amministrativo. Maschile e femminile sono radicati nei corpi ed è un dato incontrovertibile“.

Passate 48 ore, dopo gli sdegnati interventi delle associazioni LGBTQI+ e le nostre interviste ad Alessia Crocini di Famiglie Arcobaleno e Nicole De Leo di Movimento Identità Trans, anche Romano, fresca di ingresso nell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, si è espressa. Con parole inequivocabili.

Vorrei sommessamente ricordarle che essere transgender non è un capriccio, non è una cosa per cui ci si sveglia la mattina, non si sa cosa fare e ci si proclama uomo o donna. Non funziona così. Essere persone transgender oggi significa in moltissimi casi intraprendere delle terapie ormonali che durano tutta la vita, degli interventi chirurgici invasivi, significa dover affrontare gli effetti collaterali, avversi, di queste terapie. Significa dover affrontare problemi legati alla salute, essere ostracizzati molto spesso anche all’interno delle proprie famiglie, significa poter perdere i propri amici ed affetti, significa andare incoltro in molti casi alla perdita del lavoro e ad avere difficoltà a trovare un altro lavoro. Significa andare incontro a molestie sessuali e stupri, significa dover fronteggiare ogni giorno un odio che si chiama transfobia“.

Un elenco di problematiche, spesso legate a discriminazioni e odio, ampiamente conosciuto da qualunque persona trans d’Italia. “Per favore non parliamo della realtà delle persone transgender come se ci riferissimo ad un capriccio“, ha proseguito Romano. “Mi auguro che lei non sposi la visione di alcune sedicenti femministe che vanno in giro a raccontare che le persone transgender affronterebbero tutto questo per intrufolarsi nei bagni e negli spogliatoi femminili. Queste narrazioni, oltre ad essere estremamente dannose per le persone transgender, sono assolutamente deliranti e lontane dalla realtà. Forse dovremmo iniziare a capire e a dirci che le persone transgender affrontano questi percorsi e questi ostacoli per una semplice ragione. Perché le donne transgender sono donne e gli uomini transgender sono uomini. E meritano di essere rispettati“.

Al fianco di Meloni si è incredibilmente schierata Arcilesbica Nazionale, a cui hanno oggi risposto Arcigay e Arci con un comunicato congiunto firmato dai due presidenti Natascia Maesi e Walter Massa. Queste le loro parole.

Pochi giorni fa, in occasione di alcune dichiarazioni pubbliche della premier Giorgia Meloni, abbiamo letto un intervento della presidente di ArciLesbica, Cristina Gramolini, che ci ha raggelato. Il tema che tanto Meloni quanto Gramolini affrontavano era quello dell’identità di genere, un tema delicato e complesso, che entrambe le voci hanno brutalizzato, trasformando le persone con disforia di genere in persone capricciose, che per vezzo o provocazione decidono al mattino a quale genere appartenere. O, ancora peggio, come uomini furbi e subdoli (si rivolgono alle persone in transizione dal genere maschile al femminile, quelle dal femminile al maschile vengono metodicamente invisibilizzate) che si travestono da donne per vincere una gara sportiva. Incredibile, insopportabile. Nelle parole di Meloni troviamo l’antico refrain delle destre, che da sempre descrivono le persone lgbtqi+ come freak, strane, persone alle quali attribuire pratiche e abitudini incomprensibili. Ma trovare lo stesso refrain nelle parole di Cristina Gramolini, che è a capo e parla a nome di un’associazione nata e cresciuta assieme a noi, è gravissimo. Gramolini, infatti, non è nuova all’uso di un linguaggio violento che sistematicamente colpisce le persone gay (accusate di “comprare figli” e “affittare uteri” attraverso la gestazione per altr*) e le persone trans*, adesso però la misura è colma. Se Gramolini non riesce a sostenere una discussione pacata, civile e rispettosa su un tema delicato come la depatologizzazione dei percorsi di transizione, se non riesce a contenere la violenza delle sue espressioni, allora le chiediamo di aprire una riflessione sul senso della sua permanenza nella rete Arci, dove invece ogni violenza è respinta e rispetto e ascolto sono premesse ineludibili, anche quando a confrontarsi sono due posizioni molto distanti, come spesso capita. Perché su tanti temi, nella nostra amplissima comunità, si discute e ci si confronta, anche duramente, ma l’utilizzo di parole cariche di violenza come quelle che abbiamo potuto leggere non possono appartenere alla nostra comunità.
Crediamo sia necessario, a questo punto, aprire un confronto, per capire dalla diretta interessata quali siano le pratiche politiche dell’ArciLesbica di Cristina Gramolini e per verificare se esiste ancora un minimo comune denominatore per camminare assieme“.

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