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Raffa, la recensione. Tra donna e mito, Pelloni e Carrà, il bellissimo, antologico e definitivo omaggio di Daniele Luchetti

3 ore di assoluta meraviglia. A due anni dalla sua scomparsa un docufilm per raccontare la storia pubblica e privata di un mito che ha superato ogni barriera culturale e generazionale, entrando nell’immaginario collettivo.

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Esattamente due anni fa, era il 5 luglio 2021, ci lasciava Raffaella Carrà, colonna culturale nazionale, icona televisiva e musicale, madre di intere generazioni che l’hanno idolatrata da Trieste a Città del Messico, passando per Madrid, Buenos Aires e Lima. A due anni da una scomparsa che ha fatto il giro del mondo, e a 80 anni dalla sua nascita, arriva al cinema dal 6 al 12 luglio con Nexo Digital “Raffa – Il Ritratto inedito di un’Icona senza Tempo“, splendido e commovente docufilm diretto da Daniele Luchetti.

Un titolo originale Disney+ prodotto da Fremantle che in 3 ore di durata ricostruisce la storia pubblica e privata di un mito che ha superato ogni barriera culturale e generazionale, entrando nell’immaginario collettivo con la sua energia dirompente.

Scritto da Cristiana Farina con Carlo Altinier, Barbara Boncompagni, Totò Coppolino e Salvo Guercio, Raffa prova a spiegare chi fosse la Carrà, ovvero Raffaella Pelloni, tra pubblico e privato, piccolo e grande schermo, palco e realtà. Il docufilm, che in 180 minuti regala perle inedite tra provini mai visti, debutti televisivi, fotografie, interviste e super 8 privati, ripercorre la vita pubblica e privata dell’artista, a partire dall’infanzia in Romagna segnata dall’abbandono del padre, fino al flirt “da copertina” con Frank Sinatra, i suoi due grandi amori Gianni Boncompagni e Sergio Japino, il rimpianto per una maternità mancata, gli amati nipoti, i mille trionfi e i pochi insuccessi, le crisi e le rinascite, le continue giravolte, il voler cambiare sempre e comunque, senza mai accomodarsi sull’usato sicuro, lo sfidare sè stessa e una società patriarcale, maschilista, che all’epoca vedeva le donne solo e soltanto come vallette di strapagati conduttori maschi.

Luchetti ci racconta le due Raffaelle, così uguali e così diverse. Pelloni e Carrà, due facce della medesima medaglia, entrambe simbolo di libertà e di parità tra i sessi negli anni ’70, per poi diventare regine della TV pubblica negli anni ’80 e icone LGBTQ+ negli anni ’90.

Il docufilm, che uscirà su Disney+ in tre puntate, è diviso in tre capitoli che ripercorrono i 60 anni di carriera di un’artista unica, inimitabile, irripetibile, che ha fatto sognare il mondo. L’abbandono paterno e la durezza materna formano una Raffaella che sogna la danza, se non fosse che l’esperienza come ballerina classica finisca ancor prima di iniziare. Le sue caviglie sono troppo deboli, le dicono. Reinventatasi attrice, fatica ad emergere perché a quell’angelico volto di bambina si abbina un corpo da donna, che per molti direttori casting stona, non funziona. Dopo oltre 30 provini l’occasione di una vita arriva con Il colonnello Von Ryan, al fianco di Frank Sinatra. Hollywood vuole Raffaella, proponendole un contratto triennale. Carrà vola a Los Angeles con sua madre, ma restia ad ogni tipo di compromesso e ingabbiata da un sistema quantomai sessista, decide di tornare in Italia, mollare tutto e ricominciare da zero. Una donna chiamata coraggio.

Con la trasmissione Rai Io, Agata e tu, condotta da Nino Ferrer nel 1970, Carrà chiede e ottiene 3 minuti di assolo. In quei 3 minuti Raffaella Carrà sa di dover dare tutto e si limita a ballare, come mai nessuno aveva mai ballato prima sul piccolo schermo. Con una libertà tanto energica e ipnotica da lasciare sgomenti. L’Italia se ne innamora all’istante. La tv nazionale cambia, per sempre. Dopo quasi 2 decenni di delusioni, Raffaella Pelloni diventa definitivamente Raffaella Carrà. Nasce il mito. Grazie allo strepitoso montaggio di Luca Manes, Chiara Ronchini ed Emanuele Svezia, il docufilm di Luchetti ci mostra l’ascesa di una donna che in pochi anni ha rivoluzionato il costume del Paese, partendo da quell’ombelico scandalosamente mostrato in Canzonissima fino ad arrivare al Tuca Tuca con Enzo Paolo Turchi che fece tremare viale Mazzini.

Colleghi di un tempo, amici e parenti raccontano la duplice Raffaella, quella privata e quella pubblica, tra aneddoti e sentiti ringraziamenti, per quanto fatto probabilmente inconsapevolmente. Rosario Fiorello, un commosso Tiziano Ferro, Barbara Boncompagni, Salvo Guercio, Caterina Rita, Marco Bellocchio, Renzo Arbore, Loretta Goggi, Emanuele Crialese, Bob Sinclar e il mitologico costumista/stilista Luca Sabatelli, tra i tanti, con Nick Cerioni, in lacrime, a ricordare l’importanza dell’iconica Carrà per la comunità LGBTQIA+.

Una comunità che sul piccolo schermo, attraverso quei vestiti così sgargianti, quelle canzoni così allegre e provocatorie, quel caschetto biondo, quelle risate così piene, si vide per la prima volta rappresentata. Perché Raffaella era diversa da tutto e da tutti, mai c’era stato nulla di simile, e quella diversità la indossava con fierezza, dignità e straordinario orgoglio. All’ora di pranzo, durante Pronto Raffaella e al cospetto di milioni di italiani, questa donna andava in onda come se si trovasse in una discoteca gay di Berlino, di pelle vestita e al fianco di ballerini trasformati in poliziotti che parevano usciti dalla penna di Tom of Finland. Raffaella volava, spostava decine di ballerini con un solo gesto della mano, veniva presa e rigirata come un calzino, faceva acrobazie incredibili e puntualmente tornava in terra sorridente, perfetta, senza un capello fuori posto. Era inumana, era un supereroe, il nostro supereroe.

La seconda parte del docufilm, forse la più interessante perché a molti italiani poco conosciuta, è legata all’exploit estero. Perché dopo il boom di Canzonissima e l’uscita della mitologica Rumore, prima canzone “dance” della storia d’Italia, pazzamente Raffaella Carrà decide di salutare Mamma Rai e volare in Spagna. Vuole cambiare, osare, sfidare sè stessa, continuare a crescere, ad evolvere. In una Spagna che si affaccia al post-franchismo, Carrà è una tavolozza di colori in un Paese da 40 anni abituato al grigio della dittatura. È l’arcobaleno che travolge il nero. Qui, in Spagna, Raffaella diventa mito nazionale. Idolatrata, venerata, incanta un Paese, dando il via ad un tour che la vedrà Regina incontrastata del Sud America. Stadi interi la osannano, anticipando le popstar dei giorni nostri, concerti con decine di migliaia di persone che vogliono toccarla, baciarla, strapparle anche solo una ciocca di capelli. Carrà è senza ombra di dubbio la showwoman più famosa del mondo.

Luchetti costruisce un ritratto complesso e al tempo stesso luminescente, al cospetto di un’innovatrice che ha cambiato spesso identità senza mai tradire i propri desideri e il proprio pubblico. Raffa, che si fa anche fiction con inserti di pura finzione che ci mostrano una Pelloni bambina al fianco di sua madre e una Carrà monumento televisivo al cospetto di una ragazzina che grazie alla sua presenza riesce ad estraniarsi dall’incubo casalingo degli anni di piombo, è anche un’eccezionale manuale televisivo, perché in grado di sottolineare i mille cambiamenti impressi da Raffaella al tubo catodico nazionale, scandendo non poche pagine di cronaca e storia d’Italia.

La folle, trasgressiva e meravigliosa libertà espressiva di Millemilioni, programma diretto dal genio di Gino Landi, l’epocale confronto con Mina in Canzonissima, la costante sfida alla censura Rai, gli ipnotici e innovativi primi piani di Gianni Boncompagni in Pronto Raffaella che vedono la Carrá per la prima volta seduta, le regie studiate fino allo sfinimento da Sergio Japino, le dirette apparentemente impossibili di Carramba. Nel mezzo il passaggio flop a Fininvest dopo un corteggiamento monster di Silvio Berlusconi e un contratto miliardario che suscitò clamore, le delusioni d’amore, le polemiche sui tabloid, le menzogne sulla sua vita privata, il complicato rapporto con sua madre e quello inesistente con suo padre, la ricerca di una privacy puntualmente aggredita, la mai rinnegata vicinanza ad una comunità LGBTQIA+ che l’ha sempre guardata come faro, fascio di luce con il quale farsi strada, dopo decenni passati al buio, obbligati all’oscurità da una società omobitransfobica.

 

 

Due anni fa Raffaella Pelloni in arte Carrà ci lasciava, pur non avendoci mai abbandonato del tutto. Perché le sue canzoni riecheggiano ogni giorno in migliaia di case, la sua energica, rumorosa e iconica risata risuona nei più felici ricordi di ognuno di noi, le sue parole straripanti libertà sono impresse come fuoco sulla pelle, la sua forza, il suo coraggio, la sua tenacia, il suo carisma e la sua indiscutibile professionalità hanno spalancato strade e formato centinaia di colleghe, i suoi look  sono ancora oggi replicati e omaggiati in ogni angolo del Globo e le sue mille trasmissioni hanno segnato e per sempre cambiato ciò che lei stessa ha contribuito a far diventare servizio pubblico.

A due anni dalla sua scomparsa Raffaella è ancora qui, dentro ognuno di noi, incastonata tra memoria e sentimenti, a fare costantemente, incessantemente, superbamente Rumore. Daniele Luchetti, con questo monumentale progetto nato da migliaia e migliaia di ore materiale, diritti su diritti da far propri e circa 1500 contributi, non ha fatto altro che ricordarcelo, casomai qualcuno se ne fosse dimenticato.

 

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