Tutto quello che non si poteva dire sul ddl Zan

Ora che tutto è concluso, si può parlare senza offendere la sensibilità di nessuno e senza scatenare guerre epocali sui social a danno della causa.

stop ddlzan
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5 min. di lettura

Ora che è tutto finito. Ora che il ddl Zan è morto, ora che dovremo aspettare chissà quanti anni prima che se ne riparli -forse due legislature considerando che le prossime elezioni vincerà la destra- insomma: ora che tutto è concluso, si può forse parlare senza offendere la sensibilità di nessuno e senza scatenare guerre epocali sui social a danno della causa (così mi hanno detto quando muovevo qualche critica per così dire “interna”).

Italia Viva

È passato un sacco di tempo, i ritmi della cronaca durano un attimo, ed è perciò il momento giusto per ricordarci tutti insieme che Italia Viva ha inflitto il colpo finale alla legge Zan.

È stata Italia Viva che dopo aver votato alla Camera il Ddl a un certo punto si è alzata e ha detto: un attimo, questo testo non va bene e bisogna mediare. È stato come aprire una fessura da incubo, dentro sono entrate vendette e paure che a stento Alessandro Zan alla Camera era riuscito a domare: le fake-news sul gender, sull’identità di genere, sulla libertà di espressione, sulle scuole. Se qualcuno vuole una data precisa: 21 aprile 2021. Davide Faraone, capogruppo di Italia Viva al Senato si alza in piedi e dice: “Ok alle modifiche”. Applausi scomposti da Lega e Fratelli d’Italia.

L’atteggiamento dei sodali di Renzi suscita, oggi, ancora più rabbia e furore. Legittimo. Fossi Ivan Scalfarotto che ha sempre usato l’etichetta “gay” come un mantello per coprire ogni vergogna ai danni della comunità lgbt (dal salva-vescovi per la sua legge nel 2013 allo stralcio della stepchild) sabato mi presenterei a San Giovanni Laterano al sit-in delle associazioni Lgbt, ascolterei e pazienza se insultano. Hanno ragione loro e bisogna dirglielo. Assumersi le proprie responsabilità, scusarsi senza dar le colpe ad altri che le colpe politiche si ereditano e si scontano, ascoltarli e dire: avete ragione. Poi considerare un’altra carriera presso qualche fondazione al comando di qualche sceicco saudita, non è obbligatorio fare il politico e certo non lo è sulla pelle di una comunità.

Non bisognava trattare con il centrodestra

Siccome il peggior nemico è l’assuefazione al peggio, per cui si scende ogni giorno un gradino senza percepire che lo stiamo facendo e ci si trova “all’improvviso” nel seminterrato della dignità, vorrei stabilire una cosa ovvia come i colori: non bisognava trattare con il centrodestra. Certo, è facile dirlo con il senno di poi. Ma è utile per il futuro che verrà. La mediazione sull’articolo quattro, quello per la libertà d’espressione o pluralismo delle idee voluto da Forza Italia, alla fine è stato un boomerang. Francesco Paolo Sisto, oggi Sottosegretario alla Giustizia nel Governo Draghi in quota berlusconiana insieme a Giusi Bartolozzi (oggi ex Forzista nel Misto) e Enrico Costa (oggi in Azione) hanno trattato per ottenere questo “contentino” di poco conto da un punto di vista giuridico, il Pd su pressione di Italia Viva li ha accontentati. È stato un errore politico. Quell’articolo era scritto così male e così inutile che è diventato l’ennesimo chiodo sulla bara del ddl. Arrivato al Senato è diventata una mina anti-Zan. Le forze politiche, tra queste Forza Italia, chiedevano modifica o soppressione. Con il centro-destra sui diritti civili è difficile trattare. Non importa quante bandiere arcobaleno metterà Annamaria Bernini sui propri profili social e non importa quante dichiarazioni friendly lanceranno. Quelli che contano oggi e che dovrebbero contare sono i fatti, molto più persuasivi delle opinioni. E i fatti, il centro-destra, li ha sempre dati pochi.

 

Il Movimento Cinquestelle

Il Movimento Cinquestelle, quello del voltafaccia alla stepchild, quello delle battute da taverna di Grillo è da dimenticare. C’è un nuovo M5s che si affaccia sulla questione dei diritti con un volto nuovo e friendly, quello di Alessandra Maiorino. Eravamo tutti scettici e la senatrice ha ancora molto da dimostrare, ma sulla battaglia per una legge contro l’omotransfobia è stata ineccepibile. Ha tessuto una rete con le associazioni, si è affidata e si è messa in ascolto. Nel 2018 lavorava con la Lega per il governo giallo-verde, poi il cambio di governo e la sinergia con la comunità Lgbt e con il Partito Democratico. Nessuna come Alessandra Maiorino è mai cresciuta così tanto negli ultimi mesi. Al Movimento Cinquestelle va dato atto di una coerenza senza precedenti: mai un emendamento contro (l’unica forza politica a farlo) mai una voce critica al disegno di legge. Lealtà alla comunità Lgbt. Nel segreto dell’urna per il non passaggio agli articoli qualcuno avrà tradito, dicono. Probabile. Ma fuori si posiziona come una forza credibile e affidabile per il Movimento (quello Lgbt). L’unica pecca: una comunicazione pessima. Pochi sanno degli sforzi di Alessandra Maiorino sulla costruzione di questa legge, sull’articolo scritto di suo pugno per i fondi per le case rifugio, sul tentativo di tenere insieme una forza politica che ha dentro di tutto. Non lo sa quasi nessuno, non sono stati in grado neanche loro di raccontarlo. Un grave errore.

 

La disinformazione

Questo risultato pessimo è merito anche dei professionisti della disinformazione che da anni quando si parla di questioni lgbt tendono sempre lo stesso tranello: usano armi di distrazione di massa, la sparano il più grossa possibile, mentono senza scrupoli, sanno di poter contare su una soglia di attenzione bassissima: la gente non ne può più, chi sa sa e chi non sa non ha interesse a sapere, resta impressa l’ultima battuta, lo slogan più efficace, l’accusa più greve o maliziosa. Su tutti i talkshow televisivi dalla prima all’ultima rete si è parlato della legge in maniera disonesta e con ospiti che mai hanno rappresentato la comunità Lgbt. Un esempio su tutti: Omnibus La 7, condotto da Flavia Fratello. Rimarrà agli annali la trasmissione del 24 aprile incentrata quasi tutta sulle persone trans e sull’identità di genere. Ospiti: nessuna persona transgender. Linda Laura Sabbadini, Loredana De Pretis di Leu, Angela Azzaro, Wanda Ferri di Fratelli d’Italia e Marina Terragni e Pietro Paganini. Alla richiesta: dove sono le persone trans non ha mai risposto. Alla domanda: perché si parla del ddl Zan senza Zan invece sì, ha risposto: è stato già mio ospite. Le persone Lgbt soggetto, mai oggetto.

 

La debolezza del movimento LGBT

La debolezza delle associazioni Lgbt. “Diamo Voce Al Rispetto” non è stato un grande successo, possiamo dirlo. Complimenti per l’iniziativa, un giro di applausi. Dai social è arrivato claudicante sulle piazze. La comunità questa volta non ha avuto la stessa forza propulsiva che ha avuto all’epoca delle unioni civili con piazze veramente partecipate. “Svegliati Italia” fu un successo senza precedenti. Diranno che è colpa della pandemia. E diranno una mezza verità. Sia chiaro: non è una guerra interna di piazze. Ma se qualcuno tra dieci anni dovrà ricordarsi quel giorno lì, quello in cui scesero in piazza per il disegno di legge Zan, ricorderà “I sentinelli di Milano”, ricorderà il Milano Pride. Ricorderà una città (Milano) e non un Paese. Non Roma, dove i Palazzi del potere decidono e hanno deciso. E va da sé che Roma è stata l’unica grande città che alle ultime amministrative non ha eletto neanche un candidato lgbt friendly. C’è qualcosa che non va, che non è andato, dirlo non è lesa maestà è analisi. Bastava guardare la giornata di ieri di fronte al Senato. Aria di sgombero e disinteresse. Avvolti in una bandiera arcobaleno solo Vladimir Luxuria e Cecchi Paone. Uno spettacolo desolante. Si perde quando non si è uniti, si perde quando si pensa che una raccolta firme possa sostituire piazze e sit-in. Chi, come me, e molti altri, ha tifato fin qui per questa legge, è ancora convinto che le piazze sarebbero state un passaggio migliore per creare una svolta in Italia. I partiti si sarebbero dovuti misurare con una comunità reale e non uno slogan, e avrebbero soprattutto condiviso con la comunità lgbt il peso di una crisi così incerta. Certo sarebbe forse andata, o magari sicuramente, come è andata.

Ma volete davvero dirmi che dopo l’esperienza delle piazze sulle unioni civili, con una destra omotransfobica in piena salute, non sarebbe stato possibile sollevare proteste reali che avrebbero costretto la politica a guardare negli occhi questa comunità?

Il Movimento non ci ha creduto abbastanza E non credere alla propria vittoria in campo aperto, è la malattia degli eserciti nella fase declinante degli Imperi – ci insegna la storia. Vale per la politica e vale per i movimenti di giustizia sociale.

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giorgiove 29.10.21 - 7:31

Vabbè è il solito articolo pieno di livore di un grillino che manco prova a fare un ragionamento politico perché non ne è capace. A lui basta urlare contro qualcuno a prescindere. Ieri era Silvio oggi è Renzi. Si va per antipatie, dimenticando che gli 11 senatori di IV non bastano a fare 24 voti di differenza. Mai nessuna autocritica sul proprio movimento di riferimento ne tanto meno sulla follia di Letta. Nessun padre di famiglia, nessun pilota avrebbe lasciato schiantarsi un veicolo dal quale dipendeva la vita della sua famiglia, a meno che non gliene fregasse nulla della stessa. Letta ha fatto proprio quello e quel poveretto di Zan gli è andato dietro incapace di dire una sola parola di autocritica sul proprio partito (mica vuoi che si giochi la ricandidatura) . Meglio passare da martire e prendere qualche voto di simpatia. Detto questo, se gay.it deve esprimere le opinioni di alliva tanto vale leggere Travaglio…

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Franzc Dereck 28.10.21 - 11:47

Purtroppo i numeri ci dicono che , anche se tutti i sedici Senatori di IV (Renzi faceva affari a Dubai) ,avessero votato per la " tagliola " , altri sette Senatori che a parole dicevano di appoggiare il DDL Zan , hanno votato contro . Cercare di stanarli dovrebbe essere una buona azione.

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