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Allan Carr e il disastro Oscar 1989, “bar mitzvah gay” tra Biancaneve e trionfo camp che mise fine alla sua carriera

Un pezzo di storia dai più dimenticato, aspettando la notte di domenica che assegnerà gli Oscar del 2023.

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Domenica notte si terrà la 95ª edizione dei premi Oscar condotta da Jimmy Kimmel, con l’Italia in corsa per la statuetta grazie al corto Le Pupille di Alice Rohrwacher e diversi film a tematica queer in odore di riconoscimento come Tár di Todd Field, The Whale con Brendan Fraser e il super favorito Everything Everywhere All at Once di Daniel Kwan e Daniel Scheinert.

In attesa della diretta ritorniamo quest’oggi al 1989, quando Allen Carr, produttore di Grease e di Can’t Stop The Music con i Village People, gay dichiarato, produsse la 61esima edizione degli Academy Awards, passata alla storia per le polemiche che ne seguirono. Era il 29 marzo del 1989, con Rain Man – L’uomo della pioggia di Barry Levinson in trionfo su tutti, Jodie Foster al suo primo Oscar grazie a Sotto accusa al fianco di Dustin Hoffman, Kevin Kline e Geena Davis, e Pedro Almodovar alla sua prima candidatura grazie a Donne sull’orlo di una crisi di nervi.

Quell’edizione degli Oscar non è mai stata dimenticata, e non solo perché la prima di sempre senza un conduttore specifico. Carr, produttore a teatro del musical La Cage aux Folles, poi diventato Il Vizietto al cinema, volle trasformare la solita arida e noiosa cerimonia degli Oscar in qualcosa di diverso, ispirato al Beach Blanket Babylon creato da Steve Silver, musical revue con Biancaneve protagonista durante la Golden Age di Hollywood. Con la promessa di essere “l’antitesi del pacchiano”, la cerimonia venne inondata dalle polemiche per i numeri musicali che tentarono di far incontrare la vecchia e la nuova Hollywood, affondando le mani nel kitch più estremo.

Pronti, via e una voce tonante annunciava l’imminente arrivo sul palco della più grande “star di tutti i tempi”, ovvero Biancaneve, interpretata da Eileen Bowman (Lorna Luft rifiutò), che iniziò a stringere le mani delle star presenti in platea suscitando il profondo imbarazzo dell’attrice nominata Michelle Pfeiffer. A seguire Merv Griffin cantò il suo successo del 1950 “I’ve Got a Lovely Bunch of Coconuts!”, con tanto di ricostruzione del mitico nightclub Cocoanut Grove che vide Vincent Price, Alice Faye e Roy Rogers in scena. Bowman è poi tornata sul palco per cantare con una voce stridula “Proud Mary” in duetto con un 24enne e stonato Rob Lowe, arrivando così ad una durata monster di dodici minuti di numero musicale. Un’eternità mai più dimenticata. Più tardi venne realizzato un secondo numero dal titolo “I Wanna Be An Oscar Winner“, con attori giovanissimi come Patrick Dempsey, Keith Coogan, Corey Parker, Ricki Lake, Christian Slater, Carrie Hamilton e Corey Feldman protagonisti. Ma gli Oscar 1989 sono passati alla storia grazie a quei primi 12 minuti, da vedere in testa al post, con gli occhi sbarrati dalla meraviglia. Leggenda narra che Barry Levinson, quella sera Oscar alla regia, chiese ai presenti “cosa cazzo” stesse succedendo sul palco.

Il giorno dopo la stampa fu impietosa. Steve Silver parlò di “peggior numero di produzione nella storia degli Oscar”. Il 7 aprile 17 celebrità di Hollywood (compreso l’ex presidente dell’Academy Gregory Peck), scrissero una lettera pubblica definendo la cerimonia un motivo di imbarazzo per l’intera industria cinematografica. Due giorni dopo il Los Angeles Times dedicò l’intera “Posta” alla cerimonia, intitolandola “Per alcuni, lo spettacolo degli Oscar è stato un grande incidente di Carr“.

La Walt Disney Company fece causa all’Academy per violazione di copyright, in quanto nessuno aveva incredibilmente pensato di dover chiedere il permesso alla Disney per avere Biancaneve in scena. L’Academy fu costretta a scusarsi pubblicamente. Lowe difese il proprio numero definendosi un “buon soldato” che ha lavorato per l’Academy, convinto che sapessero cosa stessero facendo, mentre Bowman prese successivamente le distanze dallo show, definendolo un “bar mitzvah gay“. Parole arrivate solo dopo 13 anni di silenzio assoluto, ovvero dopo aver firmato una carta privata in cui si era impegnata a non parlare pubblicamente dello spettacolo fino al 2002.

La reputazione di Carr a Hollywood non si è mai del tutto ripresa dalla tempesta post cerimonia, sebbene fosse stata vista da 42 milioni di spettatori, ovvero in crescita all’edizione precedente.

Nel 2019, ovvero dopo 30 anni, l’Academy ha rilanciato la sua intuizione di non avere alcun conduttore ‘fisso’, così come dal 1989, ovvero da quella disastrosa edizione, la decisione di Carr di cambiare l’annuncio “And the Winner is” in “And the Oscar goes to” è diventata istituzionale. Fu sempre Carr a convincere gli stilisti a vestire le star per il tappeto rosso, da allora diventato imprescindibile. Il comico Bruce Vilanch, che Carr assunse come autore di quell’edizione, ha poi lavorato alla notte degli Oscar per i successivi due decenni. Eppure Carr non ha mai più prodotto un altro film o un programma. Semplicemente bandito. Evitato da Hollywood come la peste, ha trascorso il decennio successivo in relativo isolamento, fino alla sua morte per cancro al fegato nel 1999.

10 anni prima, checché se ne dica, fece la storia con la più camp, indimenticata e chiaccherata notte degli Oscar di sempre.

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