Ambientalismo intersezionale: i giovani attivisti che uniscono la lotta climatica alla giustizia sociale

Giovani, pieni di grinta e attenti ai temi importanti, rappresentano la nuova frontiera dell’attivismo. Quella che non esclude nessunǝ.

Ambientalismo intersezionale Gay.It
7 min. di lettura

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Ambientalismo e giustizia sociale sono molto più collegati di quanto non si creda.
Anzi, in molti casi sono strettamente legati fra loro, anche se in pochi ci hanno pensato.

Le conseguenze del cambiamento climatico inevitabilmente impattano le nostre vite – ma soprattutto quelle delle minoranze etniche – così come le disuguaglianze sociali e la mancanza di risorse per certe comunità significa perdere territorio nella lotta per l’ambiente.

Per questo, negli ultimi tempi, si è venuti a coniare il termine “environmental racism” o razzismo ambientale. 

L’assunto di base è molto semplice: gli attivisti hanno definito l’ambiente come il luogo «dove viviamo, lavoriamo, giochiamo, impariamo e preghiamo».

La sostenibilità diventa quindi fondamentale per coloro che sono più colpiti dai disastri naturali causati dal cambiamento climatico.

GreenNation ne dà una definizione molto chiara: «Il razzismo ambientale è l’impatto sproporzionato dei pericoli ambientali sulle persone di colore. La giustizia ambientale è la risposta del movimento al razzismo ambientale».

Quale movimento? Quello dell’ambientalismo intersezionale (o “intersectional environmentalism”).

Molti giovani attivisti – ringraziamo sempre di più le nuove generazioni!- hanno unito la lotta per l’ambiente a quella in difesa per le persone BIPOC (Black, Indigenous and People of Color), promuovendo campagne le cui prospettive intersecano ecologia, giustizia sociale e diritti umani.

Ecco quindi qualche nome da seguire e, soprattutto, da ascoltare.

@greengirlleah

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Lea Thomas

Lea Thomas (@greengirlleah) è sicuramente una delle attiviste più conosciute e seguite al momento.

È stata la prima a portare sotto i riflettori il movimento quando nel 2020, a seguito della tragedia di George Floyd, ha postato una foto che recitava “Environmentalists for Black Lives Matter”. Lea è anche la fondatrice della prima piattaforma ufficiale dall’esplicativo nome Intersectional Environmentalist.

L’idea per il movimento arrivò quando, nel 2014, dovette assistere a una sparatoria in cui perse la vita un adolescente di colore: «Pensavo a come la mia identità e il mio essere nera fossero così invischiati nei miei studi, anche se spesso non veniva discusso. Così ho iniziato a pensare che non poteva essere una coincidenza, e che gli stessi sistemi di oppressione sono in gioco in entrambe le sfere della giustizia ambientale e razziale». 

Lea ha collaborato anche con in importanti testate come Vogue, The Good Trade e BuzzFeed, per portare al grande pubblico i pressanti temi del movimento, oltre ad aiutare le piccole imprese ad implementare la loro impronta green.

@israhirsi

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Isra Hirsi

Isra Hirsi (@israhirsi) ha solo 17 anni, ma nella sua vita ha già fatto molto più dei suoi coetanei. Avvicinatasi all’ambientalismo durante il liceo, nel 2019 è diventata la co-fondatrice e direttrice esecutive dello U.S. Youth Climate Strike, a cui hanno partecipato più di 100.000 giovani.

La vena da combattente arriva da sua madre, Ilan Omar, deputata del Congresso originaria della Somalia. Si definisce comunista e, da figlia di immigrati, i suoi interessi spaziano in una serie di problemi che impattano non solo sulla sua famiglia, ma su tutta la sua comunità. 

Nel 2020 la giovane attivista è stata anche inserita nella lista di 40 Under 40 di Fortune, che individua i giovani leader nel campo della politica più influenti dell’anno. Spinta dalla sua identità di donna musulmana nera in questo campo, Hirsi sostiene l’internazionalità e la diversità all’interno del movimento per la giustizia climatica così come nella sua vita quotidiana.

Vicina soprattutto alle nuove generazioni, è anche una star di TikTok che usa la piattaforma per promuovere i suoi messaggi. Se poi avete voglia di scoprire tutta la sua sensibilità, i suoi interventi ai TedTalk sono l’inizio giusto.

@browngirl_green

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Kristy Drutman

Kristy Drutman (@browngirl_green) si muove da anni nell’attivismo ambientale e sociale attraverso le sue piattaforme.

Di etnia mista, americana e filippina, la sua visione comprende una migliore rappresentazione per le persone di colore all’interno del campo ambientale, con la speranza di cambiare l’immagine di ciò che significa essere un’ambientalista nel 21° secolo.

I suoi follower la conoscono principalmente come Brown Girl Green, dal nome del suo canale e YouTube e soprattutto del suo podcast, in cui intervista leader ambientali e amplifica le voci del movimento ambientalista. 

Attraverso i suoi canali, parla del perché la diversità e l’inclusione sono fondamentali nella lotta per la giustizia climatica e propone soluzioni creative per affrontare la crisi climatica.
Il suo blog è sempre aggiornato e ricco di articoli e testimonianze.

Kristy è stata anche tra i delegati della COP24, che ha definito un’opportunità per fare da ponte con le comunità che tradizionalmente sono state lasciate fuori dalla narrazione ambientale mainstream e permettere loro di avere il proprio posto nelle discussioni.

@vicbarrett_

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Vic Barrett

«Il cambiamento climatico non riguarda solo le temperature e il tempo, riguarda le persone. La nostra Terra sarà qui per millenni, starà a noi decidere se anche l’umanità lo sarà».

Vic Barrett (@vicbarrett_) è tra gli attivisti che hanno provato sulla propria pelle cosa significa essere colpiti dalle conseguenze del cambiamento climatico dopo essersi trovato sulla traiettoria dell’uragano Sandy nel 2012. Non solo, ma la zona colpita dalla tempesta – vicino a New York, è tutt’oggi minacciata dal progressivo innalzamento del livello del mare.

Per questo motivo, ha dedicato tutto il suo lavoro al cambiamento climatico, alla giustizia e ai diritti umani, partecipando alla COP21 di Parigi, ha parlato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ed è stato uno dei 21 giovani che hanno iniziato la querela climatica riconosciuta a livello internazionale contro l’amministrazione Trump.

Interessato al mondo in cui il cambiamento climatico colpisce i giovani come lui, il 20enne hondureño è socio dell’Alliance for Climate Education e cura una colonna del The Guardian dedicata ai temi dell’ambientalismo intersezionale. 

@joycelynlongdon

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Joycelyn Longdon

Mentre si concentrava su un dottorato a Cambridge che ricerca l’applicazione dell’intelligenza artificiale ai cambiamenti climatici, Joycelyn Longdon (@joycelynlongdon) ha avuto anche il tempo di fondare Climate in Colour, una piattaforma di formazione online per chi è curioso di conoscere più a fondo i temi del clima.

Come recita la presentazione, “si trova all’intersezione tra scienza del clima e giustizia sociale e sta rendendo le conversazioni sul clima più accessibili e diversificate“. Il suo obiettivo principale è quello di decolonizzare il movimento ambientalista.

«L’istruzione è una soluzione estremamente importante per molte questioni globali, e la crisi climatica non è diversa. Mi sento chiamata all’insegnamento e all’apprendimento e voglio dedicare una grande parte della mia vita a questo scopo».

Joycelyn sta anche lavorando con Earthrise Studio per condurre una serie che esplora le radici colonialistiche della crisi climatica.

@mikaelaloach

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Mikaela Loach

Classe 1998, Mikaela Loach (@mikaelaloach) è una scrittrice e influencer che promuovere uno stile di vita sostenibile e la moda etica. Il suo attivismo intersezionale si unisce ai diritti dei rifugiati e al rendere questi movimenti più accessibili e inclusivi.

Comparsa su BBCNews, Refinery 29, Elle e Vogue, la giovane star, che vive a Edinburgo, è particolarmente interessata a spingere il governo britannico a prendersi le sue responsabilità sull’impatto climatico. 

Nel novembre dello scorso anno ha organizzato una protesta fuori dal Parlamento e ha deciso di portare il governo in tribunale per aver consegnato il denaro e le tasse dei contribuenti inglesi alle compagnie petrolifere e del gas.

«Penso che tutti noi, in molti modi, siamo all’ultima risorsa. Ho provato a usare le nostre elezioni per creare il cambiamento; ho provato a cambiare le mie scelte di stile di vita; ho provato a usare i social media al meglio; ho provato l’azione diretta – e ancora ci stiamo dirigendo verso un completo disastro climatico», ha affermato commentando i pessimi risultati della COP26.

@xiyebeara

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Xiye Bastıda

Xiye Bastıda (@xiyebeara) ha 19 anni, è un’attivista messicano-cilena ed è stata soprannominata la “Greta di New York”. Come Vic Barrett, è stata testimone dell’impatto dell’uragano Sandy e, ancora prima di raggiungere la Grande Mela, ha visto la sua città natale in Messico messa in ginocchio da siccità e inondazioni.

La strada dell’attivismo ambientale sembrava per lei già scritta, finché nella sua strada non si è dovuta scontrare anche con i temi dell’ingiustizia sociale.

Oggi Xiye è tra i principali organizzatori dei Fridays For Future di New York, fa parte della commissione amministrativa del People’s Climate Movement ed è membro del Sunrise Movement e dell’Exctinction Rebellion.

Per promuovere il suo messaggio, ha fondato la Re-Earth Initiative, un’organizzazione internazionale non-profit che è inclusiva e intersezionale «esattamente come il movimento climatico dovrebbe essere».

Autrice anche di due brevi documentari, e a breve di un libro, Xiye ha recentemente criticato anche l’azione del Presidente Biden, che non ha mantenuto le promesse fatte sull’ecologia in campagna elettorale.

«É necessario accettare che l’era dei combustibili fossili è finita» ha affermato «i sistemi che sostengono la crisi climatica si basano sull’esistenza di zone e popolazioni da sacrificare».

Per saperne di più su altri ambientalistǝ e queer leggi anche: Queer Ecology: la prossima generazione di attivistǝ ambientalistǝ è queer

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