Gay e popstar: una storia d’amore

Se ti toccano la mamma non ti incazzi allo stesso modo, perché una popstar è molto più importante di tua mamma.

Madonna, Truth or Dare
4 min. di lettura

Senza scomodare nessuno studio antropologico, posso confermare che nove gay su dieci hanno almeno una popstar preferita.
Non lo dice la scienza, lo dico io, che quando avevo undici anni sgomitavo per dimostrare come non ci fosse alcuna correlazione tra il mio amore per Britney Spears e la mia sessualità, perché i gusti sono universali e la musica è di tutti.
È vero, la musica è di tutti, ma le popstar piacciono di più ai gay.

Non ogni gay sulla faccia della Terra, ma una somma ingente ha già speso paghette di nonna e stipendio in cd, vinili, merchandising, e concerti.
Queste donne sono il fil rouge che ci tiene unitǝ nella buona, e soprattutto, cattiva sorte.
Perché i gay con le popstar diventano come gli etero allo stadio: loro si gonfiano di botte per il derby Lazio-Roma mentre noi stiamo ancora qui spaccarci le dita sulla tastiera per dimostrare chi è meglio tra Gaga e Madonna.

Lady Gaga con fan
Lady Gaga con un fan in West Hollywood, 2013

Queste donne – pur senza averle mai viste dal vivo, quasi fossero solo degli ologrammi – ci hanno accompagnato giorno dopo giorno, scandendo le tappe della nostra formazione.
Le abbiamo viste evolversi, cambiare, fallire clamorosamente, autorigenerarsi o sparire nell’oblio, tranne che nel nostro cuore dove mantengono un posto d’onore.
È un atto di fede, che rischia o di farci perdere ogni briciolo di lucidità in nome dell’amore più cieco o esplodere i capillari al primo commento al vetriolo.

C’è una popstar per ogni gay: c’è n’è una per te che ti spalmi sul palco della discoteca alle cinque del mattino, ballando tutta la notte come una matta.
Per te per che studi art design e curi il tuo feed di Instagram come un’installazione al MoMa.
Te con il mullet, le buffalo ai piedi, e una risposta tagliente per tutto.
Te che passi un pomeriggio d’autunno a leggere l’ultimo libro di Sally Rooney indossando quel maglioncino comprato al mercatino dell’usato.
Ce ne è una per ogni personalità, e possono combaciare, unirsi, o collidere.

Non è solo una questione di gusti musicali, quanto di punti di riferimento in un sistema che chiede a uomini o alle donne di essere una sola cosa. In questo uomini queer e popstar hanno più di un punto in comune: si ribellano da entrambe le parti al codice comportamentale che la società richiede.
La tua popstar preferita balla, seduce, provoca, piange di dolore non in funzione del maschio predatore, ma agli occhi di un pubblico che la celebra e ama in ogni sfaccettatura della propria femminilità.
Il pubblico queer, a sua volta, con l’arte di queste donne, apre la porta ad una libertà d’espressione svincolata dai rigidi modelli che ci sono stati propinati sin da tenera età.

Gay e popstar: una storia d'amore - 5231 - Gay.it
Judy Garland, 1969

È un incontro dalle radici storiche: il funerale di Judy Garland, icona e alleata LGBTQIA+ in un’epoca dove l’omosessualità non potevi neanche menzionarla per strada, avvenne il 27 Giugno 1969 solo poche ore prima che la polizia facesse irruzione nel bar di Stonewall Inn presso Greenwich Village.
Nessuno ha mai confermato una reale correlazione tra i due eventi, ma entrambi hanno unito la comunità in una rete di dolore, supporto e rabbia come mai prima:

“Judy Garland era Elvis per gli omosessuali” scrive Barry Walters in un testo per The Advocate del 1998: “Era simbolo di liberazione, di una donna che arrancava per amare e vivere senza restrizioni. Non poteva farlo nella vita di tutti i giorni, e di certo, non potevano neanche i suoi fan. Ma lo fece nelle sue canzoni, portando con sé chiunque osasse chiedere così tanto dalla vita”.

Anni dopo, una certa Veronica Ciccone, meglio conosciuta come Madonna, si presentò ad una maratona di ballo  a supporto del AIDS Project L.A, dove parlò sul palco e danzò insieme a milioni di persone. Era il 1989, quando l’Aids veniva chiamato “il cancro dei gay” e nessuno osava affrontare l’argomento – dai media al presidente Ronald Reagan.

Madonna e Christopher Glynn
Madonna e il suo amico, istruttore di ballo, e mentore Christopher Flynn (1989)

Madonna fu una delle prime celebrità ad esporsi pubblicamente, invitando alla ricerca e l’informazione, pur di smantellarne lo stigma. Sin dagli esordi rivendicò l’importanza degli uomini gay nella sua vita: dal mentore e istruttore di danza Christopher Flynn, a fotografi e artisti come Keith Haring e Herb Ritts, al suo coinquilino Martin Burgoyne.
Non potete immaginare cosa significasse assistere a tutto questo quando venivi bullizzato ogni giorno a scuola per la tua sessualità” dichiara Matt Cain, autore e editore per Attitude Magazine.
Anche Madonna era a sua volta denigrata, umiliata, e troppo “scomoda” per l’occhio conservatore dell’epoca. L’unione tra i due mondi rendeva quel poster in cameretta un punto di riferimento per chi volesse alzare la voce, spogliarsi, rivendicare la propria esistenza alla faccia di un sistema a senso unico.
Quando qualcunǝ ha avuto un impatto talmente forte sulla tua formamentis, c’è davvero da sorprendersi se la prendi sul personale?

Molti uomini queer sviluppano un’ossessione con la propria popstar di riferimento, che lo psicoterapeuta Jeff Larsen definisce “proiezione reattiva”. 
“Noi uomini gay colleghiamo spesso le popstar – soprattutto quando quest’ultime lottano per mantenere longevità e potere, come Taylor, Madonna, o Chercon la nostra lotta per essere accettati” spiega Lersen. Nelle nostre popstar preferite proiettiamo il bisogno di essere visti, compresi, e validati in una società eteronormata che non prende sul serio uomini queer o donne che fanno musica pop.

Ogni epoca ha le sue popstar, ogni generazione ha un’artista di riferimento, e tutte ci accolgono a braccia aperte. Tra corsetti con tette a cono, boa albini sulle spalle, chitarre cosparse di glitter, e completi leopardati, queste donne hanno dato forma e suono a emozioni che non trovavano parola o ascolto, diventando colonna sonora dei nostri Pride.

Che sia luccicante parte della macchina capitalista o quell’artista norvegese che conosciete solo tu e quattro gatti in croce, ognuna – consapevolmente o meno – dipinge una realtà che mai avremmo immaginato al coro della chiesa.

Ad ognunǝ le sue sante.

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