Linguaggio inclusivo 2021: riepilogo ragionato dei temi che hanno fatto discutere

Parole usate come armi da offesa e difesa, precipitate su un mondo che rinchiude dentro di sé moltissime soggettività. Cerchiamo di capire come orientarci, farlo non è difficile. Serviranno da bussola per l'anno che verrà.

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Un tormentone, una guerra di parole. Il 2021 ha registrato, complice il dibattitto sulla legge Zan, uno scontro all’arma bianca su termini usati da intellettuali, politici, attivisti.

Parole usate come armi da offesa e difesa, precipitate su un mondo che rinchiude dentro di sé moltissime soggettività. Persone che dopo anni di lotte scelgono di autodeterminarsi anche attraverso una riforma del linguaggio. Ma non solo. Il 2021 si è trascinato espressioni logore già nel 2020, ad esempio “cancel culture“, la cultura della cancellazione che minaccerebbe il sistema attuale. Non siamo riusciti neanche quest’anno a liberarci del fantasma della teoria gender. E il femminismo separatista è riuscito a fondare un nuovo spauracchio che va sotto il nome di “identità di genere“.

La guerra è aperta. Una guerra dentro che ci guarda e ci dice che continuerà a consumarsi anche nel nuovo anno. Cerchiamo di capire come orientarci, farlo non è difficile basta prendere singolarmente queste parole e declinarle da capo, rinominarle, dar loro un senso. Serviranno da bussola per l’anno che verrà.

schwa cancel culture

*Asterisco

L’asterisco egualitario è sicuramente il simbolo in declino di questo 2021, superato dall’uso di una più moderna Schwa. Ma che resiste sui sociale e soprattutto nei documenti politici dei Pride, ad esempio. Nato come nei sistemi di ricerca informatica, è stato adottato per superare la logica del linguaggio binario genere, permettendo a chi non vuole attribuirsi né il genere maschile né il femminile di evitare questa scelta. Non funziona molto. Non ha neanche un corrispettivo fonetico.

Schwa

Nella lotta per un linguaggio più inclusivo si è fatto spazio l’uso di questa letterina. Adottata anche dai sistemi operativi (più nota la svolta Apple). Una riforma o una provocazione? Il dibattito resta aperto, anche su queste colonne.  È un esperimento che però ha preso molto spazio negli ultimi mesi tra polemiche e difese. Partiamo dal suono: è abbastanza presente nell’inglese moderno– dalla “a” di about, “a proposito”, fino alla “u” di survive, sopravvivere – ma anche in alcuni dialetti italiani:  i napoletani usano per l’imprecazione mamm’t, ad esempio. Il suo uso, come per l’asterisco vuole combattere l’uso sessista della lingua italiana. Per Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale: “Lo schwa fa un’unica cosa: sostituisce il maschile sovraesteso quando ci si rivolge a una moltitudine mista e indefinita“. La stessa Gheno ha definito la Schwa “un esperimento“. Considerando la confusione di metodo e l’opposizione costante di fronte a un neutro che non esiste in natura nella lingua italiana, questo esperimento non sembra funzionare.

Teoria gender

Le espressioni ‘il gender’, ‘ideologia gender’ o ‘la teoria del genere’ sono categorie polemiche create dal Vaticano verso la fine degli anni Novanta con due obiettivi intellettuali e politici complementari.

Demonizzare rivendicazioni e lotte elaborate dai movimenti femministi e Lgbtq  e riaffermare la visione essenzialista secondo la quale uomini e donne sarebbero gruppi naturali e naturalmente complementari, con tutto ciò che segue in termini di inferiorizzazione delle donne e delle persone.

Da decenni gli studi di genere e sessualità dimostrano che ciò che appare socialmente come ‘naturale’ e come ‘normale’ è, in realtà, il prodotto di rapporti di dominazione naturalizzati. Le teorie di genere, che sono diverse dalle bufale della teoria del gender, sono comprensibili attraverso una citazione semplice di Simone de Beauvoir: non si nasce donna ma ci si diventa. Ovvero, l’identità di genere non coincide banalmente con il sesso biologico. Gli studi di genere mettono in discussione alcune leggi che gli ultraconservatori vorrebbero considerare eterne e universali e che invece sono solo il risultato di una certa epoca. Che l’identità vera della donna sia essere madre e moglie servile è una credenza di alcuni e di un certo momento storico, non una verità. Lo chiamano ‘gender’ o perché sono analfabeti o (come Bergoglio) perché sperano nell’effetto messa in latino: non capisci, ma sei intimorito.

Cancel Culture

Viviamo in un tempo in cui qualsiasi critica a un comportamento o discorso discriminatorio, viene bollato come “Cancel Culture“. In maniera sintetica: per cultura della cancellazione si intendono quegli atteggiamenti che puntano a fare pressione (soprattutto virtuale) su una istituzione o una società privata per sanzionare qualcuno percepito come emotivamente e psicologicamente dannoso. Può essere un comportamento del passato o del presente, poco importa. In realtà nessuno viene mai “cancellato” per davvero, tutti restano sempre liberi di insultare, offendere e spesso aggredire. Anche perché chi spesso lamenta la “Cancel Culture” è una persona privilegiata, di potere che da questa stessa lagna trae beneficio. Come abbiamo già cercato di raccontare qui

Identità di genere

Il concetto di fondo non riguarda solo la transessualità ma illumina tutte le nostre vite. La nostra identità sessuale è definita da alcune macro categorie: sesso biologico, ruolo sociale (come ci comportiamo), orientamento sessuale (sulla quale stiamo ancora lavorando per far capire che l’omosessualità è una variante dell’orientamento sessuale) e l’identità di genere. Si può dire che identità di genere si intende il modo con cui noi abitiamo il genere. Questa categoria è riconosciuta dalla comunità scientifica da più di cinquant’anni che riconosce la percezione di sé stessi come appartenenti al genere maschile, femminile o “altro” (oggi definito genere non-binario). Nella maggior parte degli individui è allineata al sesso assegnato alla nascita. Eppure può succedere che, per un insieme complesso di fattori (biologici, psicologici e sociali), il genere percepito non corrisponda al sesso biologico. Nulla di strano: considerata una patologia un tempo, oggi è riconosciuta come variante identitaria.

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