Tell Me Why: quindi, come è il primo videogioco Microsoft con protagonista trans?

Tell Me Why di Dontnod Entertainment è il primo videogioco con protagonista trans pubblicato da Microsoft, ma fin dove arriva la sua rappresentazione LGBTQ+?

Recensione di Tell Me Why, primo videogioco Microsoft con protagonista transgender
7 min. di lettura

Tell Me Why, sviluppato da Dontnod Entertainment, è il primo videogioco pubblicato da Microsoft ad avere un protagonista transgenere. Due gemelli, Alyson e Tyler, si riuniscono nella loro città natale in Alaska dopo dieci anni trascorsi da Tyler, ragazzo trans, in un centro di trattamento residenziale per aver ucciso per autodifesa la sua stessa madre. Alyson e Tyler devono ora vendere la casa materna e iniziare una nuova vita, ed è l’occasione per ricucire i loro rapporti e, soprattutto, per scoprire i segreti che la madre nascondeva.

Recensione di Tell Me Why, primo videogioco Microsoft con protagonista transgender

Come nella serie precedente di Dontnod, Life Is Strange pubblicato da Square Enix, Tell Me Why è stato distribuito in un formato episodico, come se fosse una serie TV, ed è una storia a bivi divisa in una sequenza lineare di scene dove, guidando Alyson o Tyler, interagiamo con l’ambientazione, parliamo con altri personaggi e facciamo scelte capaci di influenzare la trama e le relazioni tra i protagonisti. C’è anche un elemento soprannaturale: Alyson e Tyler sono capaci di rivivere i loro ricordi del passato, rievocandoli negli ambienti, e possono comunicare telepaticamente.

È evidente l’impegno speso da Dontnod sia per rappresentare Tyler (interpretato dal doppiatore trans August Aiden Black) in modo adeguato sia per rassicurarci sull’attenzione posta su tale rappresentazione. Esiste persino una pagina ufficiale dedicata al tema, con le risposte alle domande più frequenti. In un certo senso, come accennavamo parlando del primo episodio, Tell me Why sembra la perfetta risposta a tutte le obiezioni che avevamo mosso alla rappresentazione di Lev, il personaggio transgenere del videogioco per PlayStation 4 The Last of Us: Parte 2. In The Last of Us: Parte 2, la vita di Lev è sostanzialmente ridotta al trauma della transfobia che subisce, ed è sempre vista e rappresentata dal punto di vista dei personaggi cisgenere. Persino il racconto della sua transizione è affidato a un personaggio cisgenere, che ne parla senza che Lev abbia mai dato il suo consenso. Tyler invece è un personaggio vero e proprio, ricco di passioni e di storie, è protagonista della sua vita e del suo racconto e la sua esperienza come persona trans non è ridotta alla sola transfobia. 

Recensione di Tell Me Why, primo videogioco Microsoft con protagonista transgender

Una breve recensione degli elementi giocosi di Tell Me Why

È probabilmente la miglior rappresentazione della transessualità che abbiamo visto nei videogiochi di una grande compagnia, ed è un momento di svolta per Microsoft. Ma Tell Me Why non va molto oltre. Se non fosse un’esclusiva Microsoft pubblicata da Microsoft, potrebbe tranquillamente essere scambiato per una terza e stranamente breve stagione di Life Is Strange di Square Enix, o per un suo spin-off. Ha lo stesso stile grafico, lo stesso stile narrativo, meccaniche simili e simili personaggi dotati, come in Life Is Strange, di poteri paranormali. Come abbiamo scritto parlando dell’Episodio 1 di Tell Me Why, persino lo spunto iniziale riprende passo passo quello della prima stagione di Life Is Strange.

Gli enigmi sono semplici, e fin qua non ci sarebbe niente di male. Ma sono anche arbitrari e artificiosi. Alcuni di essi sono letteralmente puzzle costruiti dalla madre di Alyson e Tyler perché fossero risolvibili usando come guida il libro di fiabe che lei aveva scritto e illustrato per loro (e insieme a loro) quando erano piccoli. Il potere dei due gemelli non è mai sfruttato per alcun enigma, è solo un modo per gestire dei flashback e per far scegliere (poche volte) tra due versioni alternative dello stesso ricordo. 3 anni fa, Tacoma di Fullbright aveva creato situazioni molto più interessanti con una meccanica simile: investigavamo cosa fosse successo su una base spaziale studiandone le registrazioni, rappresentate come ologrammi. E Dontnod stessa aveva giocato con un potere simile in un’opera precedente, Remember Me di Capcom. La telepatia non ha invece quasi alcuno scopo narrativo o meccanico, e può essere usata sporadicamente e senza grosse conseguenze durante i dialoghi per conversare con l’altro protagonista senza che gli altri personaggi possano sentirci. Dopo l’intuizione della prima stagione di Life Is Strange, dove potevamo riavvolgere il tempo annullando le nostre scelte, Dontnod sembra faticare a trovare altri poteri soprannaturali che abbiano senso all’interno delle meccaniche delle sue opere, racconti a bivi incentrati proprio sulle scelte. Anche l’intreccio e la sua risoluzione non sono particolarmente riusciti, e funzionano da mere scuse per far interagire tra loro i personaggi, decisamente più interessanti.

Recensione di Tell Me Why, primo videogioco Microsoft con protagonista transgender

Tell Me Why è un safe space per il pubblico trans

E a un certo punto, la ricerca ossessiva di una rappresentazione corretta diventa quasi alienante. Non voglio parlare di “eccesso di politicamente corretto” o di stupidaggini simili. Quello che Dontnod ha fatto è quello che poteva e doveva fare, ed è meritevole: lo studio si è fatto affiancare da consulenti (sia per la rappresentazione di Tyler sia per altri elementi delicati come la rappresentazione della popolazione indigena e il racconto della malattia mentale) e ha lavorato per creare un’opera che fosse rispettosa e che non giocasse con i traumi reali di chi l’avrebbe provata. Dontnod ha attentamente costruito Tell Me Why quasi come un safe space per chi lo giocherà, e penso che molte persone appartenenti al mondo LGBTQ+ lo apprezzeranno: in Tell Me Why anche i fanatici religiosi trattano con rispetto Tyler e usano sempre il genere e il nome scelti dal ragazzo, chi si confronta con Tyler in modo sbagliato lo fa in buona fede e si corregge subito, la transfobia esiste ma non sembra un grande problema e ogni scorrettezza viene immediatamente sottolineata. Ha a volte un sapore un po’ pedagogico… e molte persone che giocano ai videogiochi hanno effettivamente bisogno di essere educate a riguardo. Ma è strana la quasi totale assenza nel gioco di una parte dell’esperienza della comunità LGBTQ+, l’esperienza dolorosa legata alle reazioni della società davanti a identità di genere non cis e orientamenti sessuali non etero.

La realtà è molto più incasinata, e pensiamo che il modo migliore per discuterne sia tornare a un articolo scritto nel 2018 dalla critica Danielle Riendeau [Nota: Riendeau è caporedattrice a Fanbyte, dove l’autore di questo articolo scrive abbastanza regolarmente]. Parlando del videogioco cyberpunk The Red Strings Club di Deconstructeam Riendeau si lamentò del fatto che la transessualità di uno dei personaggi fosse svelata attraverso l’uso del suo deadname, il nome assegnato alla nascita. “Non usate il deadname” scrisse Riendeau. “Non usatelo mai. E non trattate le identità dei personaggi trans come colpi di scena, come se essere trans fosse una spettacolare rivelazione.” A Riendeau rispose Paula Ruiz, membro di Deconstructeam e persona trans, e difese la sua scelta di mostrare il deadname del personaggio trans in The Red Strings Club per caratterizzare in modo negativo un altro personaggio, quello che usa il deadname. “L’uso del deadname fa schifo, ma è anche parte della vita delle persone trans, e il gioco cerca di catturare anche questo aspetto” scrisse Ruiz. Questa è una conversazione difficile, ma è una conversazione possibile perché dall’altra parte non c’è un gruppo di consulenti al lavoro per rendere il videogioco perfettamente commercializzabile e libero da ogni polemica (escludendo quelle provenienti dalle persone omotransfobe). È una conversazione possibile perché dall’altra parte c’è un’artista che fa parte del mondo LGBTQ+ e che sta mettendo nella sua opera la sua vita, la sua esperienza e il suo trauma. Ci sta mettendo cose incasinate.

Recensione di Tell Me Why, primo videogioco Microsoft con protagonista transgender

Microsoft, nel primo comunicato stampa ufficiale su Tell Me Why,  ha presentato Tyler come il “primo eroe di videogiochi transgender.” Quando una grande compagnia fa un’affermazione del genere sta effettivamente cancellando l’esistenza di tutto quello che è venuto prima grazie alla forza della sua indicizzazione su Google e a una stampa specializzata che non si è mai occupata di questo tema fin quando non gli è arrivato nella casella di posta il comunicato stampa da rimbalzare ciecamente. GLAAD, l’associazione LGBTQ+ a cui Dontnod si è appoggiata per la rappresentazione di Tyler, riceve simili critiche da parte della comunità videoludica e LGBTQ+, perché è considerata attenta solo ai principali nomi del settore e non valorizza invece le persone queer che sviluppano videogiochi ai margini della grande industria. Ma Tyler non è certo il primo protagonista trans di un videogioco: restando nei videogiochi finanziati da editori importanti, già nel 2018 Arc System Works ha pubblicato The Missing: J.J. Macfield and the Island of Memories, che ha una protagonista trans (l’opera non ricevette neanche una nomination all’interno dei premi di GLAAD dedicati alla rappresentazione LGBTQ+ nei videogiochi). E allargando lo sguardo esistono quintali di videogiochi con protagonisti transgenere, videogiochi realizzati spesso proprio da persone a loro volta transgenere; su Gay.it abbiamo per esempio già parlato di Dys4ia di Anna Anthropy, una delle opere più importanti degli ultimi dieci anni nell’intero mondo del videogioco.

Questi giochi sono “queer” in modi inaccessibili a Tell Me Why. Perché “queer” non è solo un concetto legato ai contenuti di un videogioco. Cosa c’è di queer nel metterci di fronte a scelte binarie? E, se ci pensate, farci scegliere quale sia la versione (per noi) giusta di un ricordo tra due alternative è anche un modo un po’ riduttivo di parlare del fatto che due persone possano avere memorie diverse dello stesso fatto. “È possibile raccontare un personaggio trans con le stesse meccaniche con cui racconteremmo un personaggio cis?” è un’altra altra domanda difficile, perché non esiste un’unica, granitica esperienza trans da rappresentare, ma è un’altra domanda inutile da porre a Tell Me Why. I videogiochi di grandi compagnie come Microsoft sono più che altro trame incastrate nel miglior modo possibile in meccaniche pre-esistenti che c’entrano poco o niente con il racconto.

Recensione di Tell Me Why, primo videogioco Microsoft con protagonista transgender

Magari Tell Me Why non è particolarmente brillante come videogioco ma, per quanto riguarda la rappresentazione dei personaggi LGBTQ+, è forse il miglior primo passo che potessimo realisticamente aspettarci da Microsoft. Certo, si potrebbe ancora discutere di quanto sia giusto complimentarci con Microsoft per aver messo un protagonista trans in un suo videogioco quasi dieci anni dopo l’esplosione delle voci trans sulla scena videoludica internazionale, o di quanto sia giusto complimentarci con una grande e solida compagnia per aver rischiato meno di quanto rischiano persone marginalizzate, e dall’altra parte, quando parliamo della banalità meccanica e narrativa di Tell Me Why, bisognerebbe capire se pubblicare questo gioco fosse visto come un rischio tale da spingere l’editore a non osare ulteriormente dal punto di vista di rappresentazione, narrazione e meccaniche. Comunque, Tell Me Why dimostra che un personaggio transgenere ben caratterizzato come Tyler può esistere nella grande industria del videogioco. E non è poco, come inizio.

Il terzo e ultimo episodio di Tell Me Why di Dontnod Entertainment e Microsoft è disponibile per PC e console Xbox One (anche come parte dell’abbonamento Xbox Game Pass) a partire dal 10 settembre 2020. Tutto il videogioco è sottotitolato in italiano, ma dobbiamo segnalare che la traduzione non è sempre di alta qualità. Chi ha tradotto i testi non pare avesse a disposizione il contesto delle frasi che stava traducendo.

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