Vladimir Putin è da sempre Vladimir Putin. E noi sappiamo da che parte stare

Siamo dalla parte delle democrazie liberali e non possiamo fare concessioni a un dittatore.

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232 giorni fa la Russia invadeva l’Ucraina, dando forma ad “un’operazione speciale” che si è subito tramutata in crimine di guerra. Da una parte l’invasore. Dall’altro uno stato sovrano invaso, chiaramente costretto a difendersi, a riprendersi ciò che è suo.

232 giorni dopo la situazione non è minimamente cambiata, per quanto serpeggi sempre più l’insana idea che sia il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj a non voler porre fine alla guerra, a non voler la pace, quando da 232 giorni i propri concittadini muoiono sotto le bombe, vengono rapiti, torturati, barbaramente uccisi. Ci sono fior fior di pacifisti duri e puri che inneggiano alla fine delle ostilità ponendo sullo stesso piano Ucraina e Russia, oppressi e oppressori, Volodymyr Zelens’kyj e Vladimir Putin, 70 anni da poco compiuti e da quasi 25 anni autoproclamatosi Zar di Russia.

Ex funzionario del KGB, Putin è stato prima primo ministro, poi presidente della Federazione Russa, di nuovo premier e infine di nuovo Presidente. Da un quarto di secolo Vladimir Vladimirovič tira i fili del più vasto Stato del mondo, con 150 milioni di abitanti al suo servizio. Per anni abbiamo dovuto sopportare dichiarazioni al limite del folle, che raccontavano Putin come “grande statista”, con i leader della destra italiana a scodinzolargli tra le gambe. “Farei cambio tra Renzi e Putin domattina, altro che dittatore”, cinguettava Salvini nel 2014, rilanciando così nel 2015: “Se devo scegliere tra Obama e Putin scelgo PUTIN tutta la vita”, prima di sparare a zero contro il Capo dello Stato: “Cedo due Mattarella in cambio di mezzo Putin”. Parole che oggi fanno venire i brividi, se non fosse che il leader leghista sarà tra pochi giorni incoronato ministro e/o vice-premier proprio dal presidente della Repubblica da lui diffamato.

Eppure il presidente russo non ha mai indossato maschere, non ha mai finto di essere chicchessia, esplicitando tutto il proprio dissenso nei confronti della democrazia, dello stato di diritto. Nel corso degli ultimi 25 anni Putin ha incarcerato i propri oppositori e ha chiuso giornali e tv a lui ostili, mentre misteriosi decessi hanno visto cadere i suoi più acerrimi nemici. Uno dopo l’altro.

Nel 2013 il parlamento nazionale russo ha approvato all’unanimità una legge che proibisce la distribuzione di materiale propagandistico a sfondo omosessuale, rivolto ai minori di 18 anni, in tutto il Paese. La tristemente celebre “legge contro la propaganda LGBT”, che ha di fatto reso illegali i Pride, così come il parlare in difesa dei diritti LGBTQ+, distribuire materiale che promuova le istanze delle persone omosessuali, propagandare l’idea che le relazioni tra persone dello stesso sesso siano uguali a quelle etero, mostrare film, serie tv e/o spettacoli tv con coppie dello stesso sesso. Nel 2021 Putin ha modificato la Costituzione, vietando ufficialmente il matrimonio egualitario e le adozioni per le persone transgender, definendo la “fede in Dio” come valore fondamentale della Russia.

Nel 2018, dinanzi alle ripetute denunce di violenze nei confronti degli omosessuali in Cecenia, la Russia negò davanti al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU le accuse di torture e assassinii ad opera delle forze di sicurezza della regione del Caucaso contro la comunità LGBTI e riportate dal quotidiano Novaja Gazeta. Tra i suoi principali alleati c’è Ramzan Kadyrov, dal 2007 a capo della Cecenia, repubblica della Federazione russa, ovvero colui che ha dato vita all’omocausto ceceno. Negli ultimi 5 anni attivisti, giornalisti e sopravvissuti hanno accusato il governo ceceno di aver arrestato, torturato e ucciso decine di persone LGBT+. A fine 2021 vi abbiamo raccontato la storia di Salman, deportato e massacrato per presunta omosessualità.

Nei mesi scorsi Putin ha chiesto di ampliare la legge sulla propaganda gay a tutta la popolazione russa, andando quindi oltre il divieto ai minori. Ipotesi che farebbe cadere la mannaia della censura a 360°, vietando di fatto l’omosessualità in tutto il Paese. Perché Putin questo ha fatto.

Ha dichiarato guerra alle persone LGBTQ+, tra gli applausi delle destre internazionali che hanno presto seguito il suo esempio. Non solo Trump negli Usa ma anche Duda in Polonia e Orban in Ungheria, in attesa che Salvini e Meloni possano fare altrettanto nel Bel Paese, passando dalle parole ai fatti.

Da quando “Vladimiro il grande” ha fatto suo il potere le elezioni russe si possono nonché devono considerare “discutibili”, perché mai credibilmente libere e giuste, con risultati plebiscitari da dittatura d’altri tempi. La Chiesa ortodossa russa, guidata dall’omotransfobico Kirill, lo segue come se fosse un Dio. Eppure da 232 giorni a questa parte Putin si lecca le ferite di un’invasione che gli è esplosa in faccia, avendo sottovalutato la resistenza ucraina e l’Unione Europea, subito schieratasi compatta al fianco del paese invaso.

Con l’inverno alle porte, la crisi energetica ed economica e l’aumento delle bollette, le immagini in arrivo da Kiev e dintorni sembrerebbero quasi infastidire molti opinionisti, politici che si dichiarano progressisti, pacifisti, persino di sinistra, incautamente capaci di porre sullo stesso piano chi da mesi sta bombardando i civili e chi sta battagliando in difesa di quell’UE di cui non fa ancora parte. A detta di costoro parrebbe quasi colpa di Zelensky, che – mannaggia a lui – non ha ancora ceduto, se dopo 232 giorni stiamo ancora qui a parlare di bombe su Kyev e Zaporizhzhia.

Pensare che Putin sia “impazzito” è inesatto, perché Putin è da sempre il solito Putin. Ora è semplicemente all’angolo, senza apparente via d’uscita, e per questo ancor più pericoloso. Nel 2008 il presidente russo ha dato vita alla seconda guerra in Ossezia del Sud, conflitto armato tra lo schieramento separatista guidato dalla Russia e dalle repubbliche di Ossezia del Sud e Abcasia e la Georgia.  Nel 2021 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accusato la Russia di violazioni dei diritti umani nelle regioni separatiste ancora occupate.

La guerra nel Donbass è iniziata nel 2014, in concomitanza con l’annessione alla Federazione Russa della Crimea. 8 anni dopo l’ha banalmente allargata all’intera Ucraina, facendo male i calcoli, immaginando una guerra lampo che si è invece tramutata in trappola per i propri soldati, mandati letteralmente allo sbaraglio, costretti ad arruolarsi pena l’arresto, a morire per una guerra che nessun russo ha davvero mai voluto, se non Vladimir Vladimirovič. Nei 20 anni precedenti a questa invasione l’Occidente ha chiuso gli occhi dinanzi alle nefandezze putiniane perché l’economia russa volava e il gas russo era ossigeno per il mondo intero, con gli oligarchi ad oliare imprese ed economie, ma l’autoritarismo di Stato è sempre stato il suo fiore all’occhiello, il suo marchio di fabbrica.

Ecco perché qualunque forma di rilettura storica sul conflitto, sulle cause e sulla sua evoluzione, appare inammissibile, insostenibile. Se da 232 giorni le principali città dell’Ucraina vivono nel terrore è solo e soltanto a causa di Putin. In 232 giorni nessuna città russa è mai stata bombardata. Non è crollato un palazzo sul suolo russo, non è morto un civile russo, nessun genitore russo ha pianto il proprio bambino. L’Ucraina si è limitata a difendersi, a lottare per riconquistare quei territori che le spettano e che Putin le ha strappato, con referendum illegittimi che equivalgono a carta straccia. Scendere in piazza per la pace è legittimo nonché doveroso, perché tutti vorremmo la pace, in ogni angolo del mondo, ma ci sarà pace tra Ucraina e Russia solo e soltanto quando chi ha dato forma a questo conflitto deciderà finalmente di scriverne la parola fine. Ritirandosi.

Poco più di 80 anni fa l’apparentemente inarrestabile e invincibile Adolf Hitler minacciava il mondo, con il Regno Unito guidato da Winston Churchill a farsi con orgoglio resistenza globale. L’ora più buia di un tempo è l’ora più buia di oggi, con un unico grande orologiaio a dettare tempi e condizioni. Il suo nome è Vladimir Putin e sarebbe a dir poco criminale dimenticarsene ancora una volta, voltandosi colpevolmente dall’altra parte, in nome di bollette meno salate e di un’inflazione più contenuta. Perché se cade l’Ucraina rischia di cadere l’Europa intera, al cospetto di un uomo accecato dal culto della propria personalità che 232 giorni fa è semplicemente precipitato in una fossa da lui stesso scavata, e da cui non riesce più ad uscire se non mostrandosi colpevole, incapace, banalmente sconfitto. La rovinosa caduta di un uomo il cui volto parte del mondo ha ingenuamente iniziato a vedere in tutta la sua pericolosità solo il 22 febbraio scorso, quando la Russia ha scelleratamente invaso l’Ucraina, Stato sovrano.

232 giorni dopo, non possiamo certamente dimenticarcelo.

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