Se in Africa vedono la questione LGBTIQ+ come arroganza occidentale e le autocrazie ne approfittano

L'ondata di repressione verso la comunità LGBTIQ+ è spesso promossa da populisti locali che aizzano la popolazione contro i paesi occidentali.

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In molti paesi africani è in corso un’accelerazione per la repressione e la persecuzione delle persone LGBTIQ+. Lo scorso maggio l’Uganda ha approvato una legge che prevede fino alla pena di morte per persone che esprimano orientamento sessuale e identità di genere non conformi. Il provvedimento è stato duramente condannato da USA, UE, Banca Mondiale, BEI, FMI e al presidente ugandese Musuvevi sono tremate le mani al momento della firma. Al contempo però la legge omobitransfobica d’Uganda ha ricevuto un plateale sostegno da parte dell’Iran.

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Africa LGBTIQ+ – fonte Africa News

In Kenya il social network cinese TikTok sta collaborando con il governo per censurare e oscurare contenuti queer. Il Ghana, epicentro di instabilità pericolosamente vicino al Niger dove è in corso un feroce colpo di stato anti-europeo, è in approvazione una legge di criminalizzazione dell’omosessualità.

 

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La repressione delle persone LGBTIQ+ che serpeggia tra le istituzioni dei paesi africani fa leva sulla forte stigmatizzazione della condizione delle persone queer rispetto alla società. Proprio in Ghana, così come nella stessa Uganda, e in Etiopia, le nuove leggi omobitransfobiche impongono a parenti e amici delle persone queer di denunciare quelle persone, affinché possano essere punite.

In Senegal, secondo una ricerca, il 97% delle persone considera l’omosessualità inaccettabile e si procede all’arresto per “sospetta omosessualità”. In Nigeria decine di persone stanno affrontando un processo penale per il semplice fatto di aver partecipato a un rito privato di celebrazione di un simbolico matrimonio omosessuale. Sempre in Nigeria l’omosessualità è ormai considerata un vero e proprio stigma sociale e nel paese si aggirano bande pronte a utilizzare le dating app al fine di ricattare, derubare e torturare le persone LGBTIQ+ tramite finti appuntamenti.

In Burkina Faso, dopo il colpo di stato effettuato dal filo-russo Ibrahim Traoré, i contenuti LGBTIQ+ sono banditi dai media.

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Fonte: Africa News

L’approvazione della legge ugandese ha dunque innescato un effetto domino che sta contagiando le società civili di molti paesi africani. Nonostante secondo ILGA 16 Paesi abbiano depenalizzato l’omosessualità nella loro costituzione (Mali, Burkina-Faso, Nigeria, Botswana, Lesotho, Mozambico, Madagascar, Angola, Congo, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Gabon, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Benin, Sudafrica), quello che emerge è che molte società africane considerano la questione LGBTIQ+ come un’imposizione neocolonialista dell’Occidente.

In Namibia una sentenza di un tribunale che ha reso possibile il riconoscimento di un matrimonio omosessuale all’estero, ha indotto un politico locale di primo piano di nome Jerry Ekandjo a promulgare una legge che proibisca il matrimonio egualitario.

Su Global Voices, la giornalista Jean Sovon, contestualizza la nuova ondata repressiva verso la comunità queer africana e prova a spiegare cosa stia accadendo. Davanti alla legge omobitransfobica ugandese, un attivista che si batte per la liberazione del proprio paese dall’oppressione capitalista occidentale, ha esultato spiegando che “l’omosessualità rappresenta una grave minaccia alla riproduzione umana” e ha parlato di decadenza e degenerazione. Secondo Sovon si tratta di un sentimento diffuso, perché le credenze religiose e culturali, profondamente radicate nelle società africane, costituiscono un contesto che non possiamo ignorare.

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Africa News

Molte società africane aderiscono a norme conservatrici e insegnamenti religiosi che condannano sia le relazioni tra persone dello stesso sesso, sia le identità di genere non conformi al binarismo biologico. In questo scenario, le decisioni politiche e le opportunità di conquistare e mantenere il potere da parte delle classi dirigenti africane, propendono in modo utilitaristico per soluzioni anti-LGBTIQ+, spesso di matrice populista.

Basti pensare che in Kenya è stata necessaria una decisione della Corte Suprema per autorizzare una ONG LGBTIQ+ ad avere le due famigerate parole “gay” e “lesbica” nel nome e per consentire all’associazione stessa di operare, senza però avvallare la possibilità che persone omosessuali vivessero liberamente la propria identità affettiva. Così in Kenya attualmente è possibile per una ONG LGBTIQ+ difendere le persone LGBTIQ+, ma alle persone LGBTIQ+ non è possibile vivere liberamente secondo le proprie individualità e orientamenti affettivi. E questo perché il Kenya sta provando a barcamenarsi tra le spinte populiste anti-LGBTIQ+, cercando di non rinunciare ai finanziamenti dell’Occidente, che minaccia di fermare l’erogazione di denaro e aiuti, qualora anche il Kenya prendesse la strada dell’Uganda.

Il cortocircuito avviene dunque quando le società civili africane si rendono conto che a difesa delle comunità LGBTIQ+ africane si ergono paesi occidentali che ritirano aiuti politici e finanziari. Quando la Banca Mondiale per protesta ritira i finanziamenti all’Uganda, così come hanno fatto il FMI (Fondo Monetario Internazionale) e la BEI (Banca Europea degli Investimenti) che fa capo all’Unione Europea, le società africane percepiscono gli Occidentali come nuovamente colonizzatori che impongono l’arroganza del proprio denaro, per promuovere degenerazione e decadenza.

Per molte società africane dunque la comunità LGBTIQ+ viene difesa dai paesi occidentali al solo fine di imporre il proprio stile di vita e colonizzare culturalmente le loro società. Intanto autocrazie come Cina, Russia e Iran stringono accordi con i paesi africani, per utilizzarne le risorse. E per accattivarsi le popolazioni, supportano le politiche di repressione dei diritti civili.

 

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